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Studiare: quanto o come?

di Francesco Manara

Una delle domande più frequenti che mi vengono poste è quante ore giornaliere io studi, domanda peraltro a cui non è facile rispondere, visto che l’attività di un musicista in carriera prevede generalmente giornate diversissime tra loro, un giorno prove, un altro giorno concerto, un altro lezioni, un altro viaggi e la maggioranza di essi la diversa combinazione tra queste cose, magari ogni tanto, troppo di rado, ahimè, un giorno di riposo. La risposta dunque non può essere precisa ed esauriente se non spiegando tutto ciò e precisando che le prove e i concerti non sono considerati “studio”, anche se si impara moltissimo da essi. Quindi, se l’interlocutore non è ancora soddisfatto, le ore di studio verranno quantificate più o meno così:un giorno un’ora, un giorno tre ore, un altro niente, un altro mezz’ora e così via. Importante però dire, quando si intravede l’aria di delusione del proprio interlocutore (magari la mamma di un proprio allievo, che sperava di poter dire a suo figlio: “Hai visto, il tuo Maestro studia otto ore al giorno, solo così è potuto diventare quel che è diventato…”), di aver studiato molto da piccolo. Effettivamente gli inizi sono fondamentali:io ho incominciato relativamente tardi (a dieci anni) ma ho potuto recuperare, avendo avuto la fortuna di incontrare degli insegnanti molto seri e preparati e soprattutto il dono di capire che questa era la mia strada, il mio presente e il mio futuro (ma anche il mio passato, perché praticamente ascoltavo già Mozart col biberon, avendo un padre la cui principale passione della vita è la musica, pur essendo avvocato). Dunque ho iniziato subito molto seriamente e, avendo un’impostazione mentale abbastanza scientifica, ho incominciato a misurare il tempo. Dopo aver superato i primi pesanti tentativi di resistere con il violino in posizione per pochi minuti, ogni giorno sempre un minuto in più, fino ad arrivare a 35 minuti… dopo qualche mese un’ora e cinque minuti, poi 1 ora e 35’, sempre aggiungendo mezz’ora (i cinque minuti oltre all’unità di misura mi sembrava portassero fortuna…) fino ad arrivare al III corso a 3 ore e 5’. L’idea era quella di aumentare di un’ora ogni anno in più di Conservatorio (10 ore e 5’ al decimo?!?).Per fortuna, constatando che in alcune fasi di studio il miglioramento non era così sensibile, cominciai a dubitare di questo mio ambizioso progetto e mi fermai in tempo perché mi venne un’ “illuminazione”:forse non era così importante quanto si studiava, ma come si studiava e da qui incominciò un processo di evoluzione che mi costrinse a “pensare”, elaborare, sviscerare, domandarmi il perché di certe cose. Certo non avvenne tutto d’un colpo ma a poco a poco e son felice di constatare che ancor oggi, dopo trent’anni di viaggio con il mio inseparabile compagno, son disposto a rimettere in discussione tutto ogni volta e a cercare un altro percorso, una variante, ad aggiungere un ragionamento e ad abbandonarne un altro. Naturalmente non dico che il numero di ore di studio non sia importante, in certi casi, come alla vigilia del diploma o di qualche concorso internazionale ho studiato anche 11 ore e so di giapponesi che arrivano fino a 16…

Sicuramente, però, è più importante come e cosa si studia e son queste le domande che vorrei sentirmi fare, anche se nessuno, tranne qualche mio allievo, me le ha mai poste. Dunque farò come Gigi Marzullo suggerirebbe: «Si faccia una domanda e si dia una risposta…»: «Cosa e come studia?».

Io inizio con lo studio dedicato alla tecnica giornaliera e poi proseguo con lo studio del repertorio, ossia i brani che devo eseguire di lì a poco o quelli nuovi che devo montare.

Per quanto riguarda la tecnica giornaliera, una parte fondamentale è rappresentata dalle scale:è importante, a mio avviso, quando si riprende in mano il violino, iniziare dalle scale più semplici, quelle a due ottave, per riprendere ogni volta confidenza con la tastiera. La ritengo una forma molto rispettosa di trattare il violino, inoltre spesso si può stonare anche nelle posizioni più semplici e comunque in posizione “fissa”, senza passaggi di posizione. È importante, come per gli atleti, riscaldarsi e trovo un’ottima ginnastica battere con forza le dita e poi alzarle una ad una (come fanno i pianisti, per intenderci), naturalmente dopo aver fatto la serie di scale a due ottave con le dita il più ferme possibili, vicinissime alla tastiera e curando l’intonazione, controllando le note di risonanza con le corde vuote.

Una cosa di cui mi sono accorto dopo l’ “illuminazione”, per fortuna ancora in tenera età (se no avrei sprecato un mucchio di tempo), è che era inutile studiare le 24 scale in un giorno, ma che ne bastava una fatta bene:tutt’ora scelgo ogni giorno una tonalità differente e la approfondisco, studiandola a corde semplici e a note doppie:dopo le scale a due ottave in tutte le posizioni (ma in un’unica tonalità) le scale a tre ottave con relativo arpeggio studiando accuratamente ogni passaggio di posizione.Quindi le note doppie:per gli addetti ai lavori terze, ottave, seste, ottave diteggiate, decime e, perché no, anche le quarte e le quinte.Non posso in questa sede addentrarmi troppo nei dettagli, dirò solo che utilizzo un metodo a cui sono arrivato dopo anni di tentativi, basato su uno studio molto preciso dei cambi di posizione unito a uno studio sulla coordinazione delle varie dita impegnate a turno nell’esecuzione delle note doppie, un metodo sperimentato sulle mie mani che è un’ottima ginnastica per le dita e per il cervello e che riduce al minimo il margine di errore e sviluppa in maniera consistente il proprio bagaglio tecnico…

Quando chiedo ai miei allievi se studiano le scale, difficilmente mi viene data una risposta affermativa, nella migliore delle ipotesi qualcuno timidamente mi dice che studia (o meglio, esegue) un po’ le terze e le ottave e quando io comincio a spiegar loro cosa e come studio sgranano gli occhi come se fossi un marziano…

Il violinista del passato che più si avvicina al mio gusto personale, il grande Henryk Szeryng, non a caso studiava le scale tutti i giorni, fino all’ultimo e così il leggendario Nathan Milstein, che aveva il violino in mano praticamente tutto il giorno fino alla fine…Ruggiero Ricci consigliava di studiare prima la tecnica, poi Bach e Paganini, quindi il repertorio, ”al bisogno”…

Oltre alle scale la mia tecnica giornaliera comprende poi alcuni esercizi per la mano destra, non centinaia di colpi d’arco, sicuramente utili nei primi anni di studio, ma alcuni semplici e banali esercizi per il suono, che poi è la nostra voce e quindi va sviluppata, abbellita e potenziata come quella di un cantante, perché essa giungerà per prima alle orecchie (e al cuore) dell’ascoltatore.Questi esercizi possono essere applicati alle scale oppure, come suggeriva Franco Gulli, a un tempo di una sonata di Bach composto con note del medesimo valore (come il Presto della I Sonata o il Double veloce della I Partita o ancora il Preludio della III Partita), suonando lentamente nelle varie parti dell’arco con molta aderenza e curando molto la qualità del suono.

Sempre nello studio dell’arco includo un breve esercizio sulle note lunghe, ma non partendo subito da esse:infatti è quasi impossibile suonare in modo soddisfacente una nota lunga (di 30 o 40 secondi) ”a freddo”, è meglio arrivarci gradualmente e quindi iniziare una scala con due note (un’arcata in giù e una in su) da un secondo, due note da 2 secondi, 2 da 3 e così via, fino ad arrivare a 40 secondi con il suono più intenso e bello possibile (il metronomo a 60 scandisce i secondi…).Si dice che Leonid Kogan riuscisse ad eseguire note di 40 secondi molto forti e infatti aveva un suono potentissimo…

E a proposito della propria voce non bisogna dimenticare l’importanza del vibrato:esso, solitamente, viene affidato all’istinto dell’esecutore. Non ho niente in contrario al libero esprimersi dell’istinto, ma esso va abbinato, a mio giudizio, ad un sapiente controllo del mezzo;e per controllare il vibrato occorre capirne il movimento (o i diversi movimenti, in quanto esiste il vibrato “di polso” e quello “di braccio”) e misurarne le vibrazioni e l’intensità:tutto questo si può fare con l’ausilio di un metronomo e 10 minuti liberi !Così il vibrato, oltre ad essere gradevole e naturale, si può anche variare, cosa indispensabile nell’esecuzione di musiche di diversi autori e anche all’interno della stessa composizione e dello stesso tempo, a seconda dell’espressione che si vuol dare a questa o a quella determinata frase musicale.

Una volta esaurito lo studio della tecnica giornaliera, che non porta via troppo tempo (al principio, mancando l’abitudine, sicuramente è consigliabile dividere i vari esercizi in più giornate ma poi si dovrebbe poter studiare quello che ho a grandi linee illustrato concentrandolo in 30/45 minuti al massimo…), si passa allo studio del repertorio, mirato alle differenti composizioni musicali, che non è meno importante e dove il cervello deve essere ancora più sveglio, perché bisogna essere pronti a risolvere i vari problemi che si presentano di volta in volta, quindi trovare la giusta soluzione per le proprie mani, esiste sempre una chiave per aprire ogni porta, basta saperla trovare e soprattutto aver voglia di cercarla. Molti si limitano all’esecuzione reiterata del passaggio “difficile”, o addirittura dell’intero brano, fino a quando non riscontrano un miglioramento. Non voglio dire che ciò sia sbagliato, io preferisco dirigermi direttamente contro all’ostacolo, cercando di far risultare tutto il più naturale possibile ma, come sempre accade, per arrivare alla semplicità bisogna complicarsi la vita:quindi sviscerare il passaggio, studiarlo con varianti ritmiche, isolare i passaggi di posizione studiandoli singolarmente, decidere il fraseggio prima di suonare pensando al canto e di conseguenza sperimentare diverse possibilità riguardanti il punto, la pressione, la posizione, l’inclinazione e la divisione dell’arco (esistono milioni di diverse possibilità derivanti dalla combinazione di tutte queste cose!), decidere dove e quando intensificare il vibrato, posticipando il più a lungo possibile l’esecuzione (i miei vicini di casa, inspiegabilmente, non si sono mai lamentati…).

Questo è il mio metodo ma credo che ognuno debba trovare il suo, compatibile con le proprie esigenze e la propria anatomia. Solo così si può attuare un vero processo di maturazione.

Ho sempre diffidato di chi crede di avere la verità in tasca e vende soluzioni pronte per l’uso, i cosiddetti “medici per violinisti”, che vogliono reimpostare l’allievo da capo secondo le proprie convinzioni (solitamente perché gli è stato insegnato così e quindi così deve essere!), che sostengono che se il dito non cade sulla tastiera in quel determinato modo il passaggio non può uscir pulito, che se non si usa quella determinata diteggiatura l’esecuzione non sarà convincente o che se la posizione di questa o di quella mano non è esattamente quella l‘allievo non potrà suonare. Basti osservare la mano destra di tre grandi violinisti, Heifetz, D.Oistrakh e Perlman:il primo alza notevolmente il polso alla punta, il secondo usa quasi sempre tutte le dita sulla bacchetta e il terzo suona praticamente con il solo dito indice;tutti e tre mi sembra che non abbiano mai avuto particolari problemi tecnici e sfido chiunque a dire che andavano “reimpostati”…

Avendo avuto molti maestri mi sono presto accorto che spesso dicevano uno il contrario dell’altro e questo mi ha aiutato ad usare la mia testa:se uno diceva nero e l’altro bianco spesso io ho scelto il rosso, allontanando così la possibilità di diventare una copia di uno di questi maestri:seppur grandi, ho preferito rischiare di rimanere un po’ più piccolo, ma autentico…

Nell’estate 1993 ho preparato il programma per il prestigioso Concorso Internazionale di Ginevra con il grande Maestro Herman Krebbers, storica spalla dell’Orchestra del Concertgebouw di Amsterdam e solista di fama internazionale, mio modello di carriera musicale, che unisce la professione di Primo Violino in un’orchestra importante all’attività solistica e cameristica. In quell’occasione mi disse che non ero ancora pronto per partecipare a un concorso di quell’entità e forse aveva ragione…ma io, dopo due settimane di vacanza ai Carabi (senza violino!) ho deciso di rituffarmi nello studio, solo io con il mio strumento, dandogli tutta la mia energia e il mio entusiasmo e dopo un mese ho partecipato al concorso, vincendo il I°Premio… (sui concorsi, poi, dovrei scrivere un articolo a parte…)

Ho capito di avere una concezione molto romantica del rapporto tra il musicista e il proprio strumento musicale e in senso lato con la musica;credo infatti che debba essere simile a quello che si ha con la propria donna, o il proprio uomo, a seconda della situazione:cercare di capirlo, farsi delle domande e cercare delle risposte, rispettarlo e soprattutto amarlo. Solo così si potrà essere aperti e disposti a continuare a mettersi in discussione, sapendo che forse non basterà tutta la vita per conoscerne tutti i segreti e comprenderne i capricci (non solo quelli di Paganini, per noi poveri violinisti…), sapendo anche che se lo trascurerai probabilmente ti tradirà e comunque la comunicazione non sarà più la stessa e ci vorrà del tempo per riconquistare la sua fiducia…Insomma un cammino a due fatto di gioie ed amarezze, una lenta crescita giornaliera, il tentativo costante di migliorarsi a vicenda, per sempre insieme... (mia moglie, inizialmente era un po’ gelosa, ma poi piano piano ha accettato questo “triangolo”amoroso…).