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A LuganoMusica il violino di Emmanuel Tjeknavorian non emoziona nel Concerto di Sibelius

di Luca Segalla

Per i violinisti il Concerto in Re minore di Jean Sibelius è una carta da giocare a colpo quasi sicuro, perché riesce a scuotere la platea con un pirotecnico virtuosismo e insieme incanta con le sue algide atmosfere nordiche, a partire dal giustamente celebre attacco del solista. Le attese del pubblico, quindi, sono sempre alte. Se poi a interpretarlo viene chiamato un ventiseienne come il viennese Emmanuel Tjeknavorian, ormai lanciato sulle scene internazionali, le attese crescono ulteriormente. Al LAC di Lugano, invece, lo scorso 21 settembre la magia non è avvenuta, perché Tjeknavorian ha affrontato il Concerto con la sicurezza di un buon professionista che ha studiato bene la partitura (lo ha registrato in un CD pubblicato nel febbraio dello scorso anno) ma senza la fantasia, lo slancio virtuosistico e quel pizzico di istrionismo che ci si aspettano da una star emergente del panorama internazionale.

Oltre ad esibire un bel vibrato Tjeknavorian possiede un suono ricco di armonici (ha tra le mani uno Stradivari del 1698), ma non mostra un’agilità fuori dal comune nei passaggi virtuosistici ed il volume è comunque limitato, tanto che al LAC la Filarmonica della Scala, diretta da Riccardo Chailly, nei fortissimi lo copriva quasi costantemente. Se non è un violinista virtuoso, del resto Tjeknavorian non è nemmeno un interprete davvero capace di far brillare la musica attraverso il timbro e il fraseggio. La sua interpretazione del Concerto di Sibelius è sembrata piuttosto anonima e lo dimostravano soprattutto i pianissimi, perché mancavano molte delle sottigliezze timbriche necessarie in una partitura fatta di giochi di ombre declinati quasi tutti nelle tonalità del grigio e del bianco; come nella lingua finlandese esistono decine di modi per esprimere il nostro concetto di “neve”, così il bianco e il grigio del Concerto per violino sibeliano hanno decine di sfumature diverse, le quali con Tjeknavorian tendevano però a smorzarsi in una medietà timbrica non ravvivata da sussulti né tantomeno da sorprese.

Durante la serata la nostra memoria correva, per una sorta di meccanismo di comprensione, al suono bianchissimo e sottile ma pieno di sussulti di Ginette Neveu nella storica registrazione del 1945, alla tensione drammatica della violinista francese nella cadenza, al suo finale travolgente pur senza essere troppo rapido, e correva anche all’interpretazione solfurea di Jascha Heifetz, protagonista nel 1935 della prima registrazione in assoluto del Concerto, un’interpretazione rapsodica e spigolosa eppure affascinante per il virtuosismo stellare e un suono di una magnificenza inarrivabile. Certo, è un confronto ingeneroso, perché Heifetz e la Neveu non appartengono alla storia dell’interpretazione del Concerto di Sibelius ma alla leggenda, però Tjeknavorian il confronto fatica a reggerlo anche con interpretazioni che appartengono alla storia, per esempio - limitandoci alla storia recente - con le interpretazioni di Leonidas Kavakos, Renaud Capuçon ed Anne-Sophie Mutter.

La Mutter non esibisce un virtuosismo stellare e nemmeno un volume di suono particolarmente grande, eppure le sottigliezze delle sue interpretazioni erano quasi del tutto assenti nell’interpretazione anodina di Tjeknavorian, che a Lugano ha trovato nel secondo movimento un tono intimo ma non la mobilità del fraseggio, le sfumature dinamiche e i pianissimi che sa trovare la Mutter e che sanno trovare anche Kavakos e Capuçon, capace quest’ultimo di approdare a sonorità ai limiti del silenzio senza perdere né il controllo dell’arco né il senso della frase.

L’impressione è che il violinista austriaco suoni con serietà, rispettando sempre il testo e cercando un fraseggio composto ed equilibrato, ma senza osare scendere - o sapere scendere - sotto la superficie delle note, puntando su un fraseggio equilibrato anche dove potrebbe cercare un fraseggio più sospiroso, soprattutto nel secondo movimento. È avvenuto lo stesso nel movimento conclusivo, pulito e luminoso ma non esaltante, privo dei guizzi che di solito strappano al pubblico applausi sfrenati e che portano diritti al bis, il quale infatti a Lugano non c’è stato.

Il bis lo ha invece concesso, a gran richiesta, la Filarmonica della Scala dopo una Sinfonia in Re minore n.4 di Schumann (nell’orchestrazione di Mahler) diretta da Chailly come al suo solito con piglio rapido ma con una grande attenzione per il legato e un’estrema chiarezza di tutti i dettagli, in particolare nel fugato conclusivo. Il bis è stata una Sinfonia del Barbiere di Siviglia di Rossini dall’irresistibile verve ritmica, nella quale Chailly e la Filarmonica della Scala hanno trovato una leggerezza danzante e un fraseggio pieno di guizzi eppure rotondo e scorrevole, con pianissimi di gran pregio ed un crescendo a cui era impossibile resistere. Il Barbiere, che va in scena alla Scala proprio in questi giorni, è la prima nuova produzione scaligera dopo la pandemia ed evidentemente l’orchestra e Chailly lo hanno lavorato a lungo in queste settimane: i risultati erano lì a dimostrarlo.