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Il solismo schumanniano di Kian Soltani a Santa Cecilia

di Andrea Nocerino

Nel repertorio della musica colta conosciamo diversi tipi di rapporto tra solista e orchestra: essi hanno fatto la fortuna dei diversi strumenti musicali, attraverso i loro interpreti di spicco, ma hanno anche tratteggiato certi aspetti del contesto storico coevo; ricordiamo l’individuo alieno in una società dai  contorni  kafkiani,  come  nel  Concerto  op.126  di  Shostakovich,  l’eroismo  dei  temi beethoveniani, l’estro barocco del violino di Vivaldi.

Nel leggere le raffinate pagine del Concerto op.129 di Robert Schumann, quindi, il violoncellista si trova non solo di fronte a funamboliche richieste tecniche, ma è costretto a porsi una questione prima di tutto identitaria, sul suo ruolo di individuo (solista) nei confronti di una comunità (l’orchestra). Solo rispondendo a questa domanda si potrà tentare di corrispondere l’intenzione compositiva, fatta di frasi musicali che alle volte domandano, altre volte rispondono, altre volte proseguono un discorso corale.

La risposta data da Kian Soltani, celebrato violoncellista austro-iraniano, è quella di una forza motrice, solida e fantasiosa, caratterizzata da segmenti melodici intesi come inviti, di intento trascinante, capaci di non permettere alcun cedimento. L’intenzione propositiva è tale da far pensare perfino ad una componente di estemporaneità, che dona un’interpretazione vitalistica al capolavoro schumanniano.

Non nascondiamo che a volte tale vitalità vada a scapito di una visione del discorso musicale più ampia: è il caso del I movimento, Nicht zu schnell, in cui non sempre le intenzioni di solista e direttore si fondono in un filo unico, mentre risultano ben visibili e godibili virtuosismo e ricerca timbrica. Nei successivi movimenti Langsam ed Etwas lebhafter; sehr lebhaft, Soltani approfitta prima dell’atmosfera concessagli dalla sezione lenta per porgere al pubblico una spiccata presenza scenica e infine dell’impervia conclusione per sfoggiare le sue ammirevoli doti tecniche.

Del suo Stradivari London ex Boccherini 1694, in prestito dalla Beares International Violin Society, convincono le tinte gravi, mentre in altre tessiture il desiderio di energia e precisione del solista fanno sì che lo strumento dia risposte meno ricche di armonici.

Uno Schumann, quindi, ricco di idee e virtuosismo, che ci sarebbe piaciuto non avesse rinunciato a una maggiore visione d’insieme, condivisa tra interprete e direttore d’orchestra. A sottolineare il protagonismo del violoncello, l’esibizione regala un bellissimo bis proposto da Soltani assieme alla fila dei violoncelli guidati da Luigi Piovano: Introduzione, di D. Shostakovich.

Il direttore russo Maxim Emelyanychev, al suo debutto alla guida dell'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, è stato invece il protagonista della seconda parte del concerto con la Sinfonia n.1 di Johannes Brahms, mentre in apertura di serata aveva accolto il pubblico con uno sfavillante brano di John Adams, The Chairman Dances. Davanti ad un’orchestra in perfetta forma, non ci stupisce che il giovane direttore abbia deciso di sfoggiarne le enormi possibilità nella tavolozza timbrico-coloristica, nel brano di Adams come nella monumentale sinfonia brahmsiana.

Accanto all’ascolto appagante, notiamo però che in Brahms la carismatica capacità con cui Emelyanychev apre le frasi non sempre corrisponde ad un’altrettanto attenta cura delle chiusure; succede allora che nei punti più delicati l’orchestra non sia sempre sostenuta da un gesto preciso, che le tensioni musicali siano a volte disattese o addirittura inevase, nell’impaziente gioia di mostrare la bellezza della pagina successiva.

Nella cornice del Festival del Cinema di Roma, che fa brillare l’Auditorium Parco della Musica doppiamente, una serata dal programma e dagli interpreti entusiasmanti e giovanissimi, affiancati da un’orchestra e da un pubblico disposti a lasciarsi convincere dall’esprit de jeunesse travolgente.