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Hilary Hahn e Stéphane Denève all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

di Andrea Nocerino

Giovedì sera, 18 novembre, entrare nella Sala Santa Cecilia tra le note di Maurice Ravel provenendo dal traffico romano ha ricordato quel magico momento caro a chi abbia visitato Venezia: camminando per vicoletti ingarbugliati, bui e affollati si giunge infine a Piazza San Marco in un trionfo di luce, apertura e meraviglia.

Stéphane Denève alla bacchetta, Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia. L’immagine trasparente e al tempo stesso maestosa evocata da Piazza San Marco riflette perfettamente il cesello coloristico della musica e la raffinatezza della timbrica. Nella Suite Ma mère l’oye Denève è al centro della scena eppure non è protagonista, dote dei grandi artisti; l’atmosfera è magnetica.

Abbiamo detto magnetica? E che dire allora di Hilary Hahn, attesa nel Concerto n.1 di Sergej Prokof’ev al termine di Ravel? La violinista ha letteralmente catalizzato l’attenzione della sala: senza rompere l’atmosfera trasparente appena creatasi l’ha invece trasformata, resa materica e trascinante con accenti di ironia, sfida e inganno, assolutamente tipici del linguaggio di Prokof’ev. Il pubblico sembrava non volersene separare, quando dopo il secondo bis ha continuato entusiasta lo scroscio di applausi.

Nella seconda parte della serata, una Quarta Sinfonia di Čajkovskij che ha confermato l’ottima intesa tra direttore e orchestra, con particolare riguardo alle sezioni degli archi; qualche imprecisione proveniente dalla sezione dei fiati e un leggero sbilanciamento timbrico in loro favore hanno reso l’ascolto vivo e interessante, con ‘effetti speciali’ strumentali, splendidi temi e vero, autentico pathos.

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