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Francesco Manara: come sono approdato 30 anni fa per caso alla Scala

Quest’anno ha compiuto 100 anni il Teatro alla Scala come oggi lo conosciamo, con la sua autonomia e l’orchestra fondata da Toscanini.

Qualche mese fa mi è stato chiesto da una grande testata giornalistica di raccontare la mia esperienza in questo Teatro raccontando anche un po’ la mia storia musicale e io ho scritto alcune idee, ma poi mi sono reso conto che l’intervista prevedeva solamente alcune battute e, come era giusto, in condivisione con altri miei colleghi, quindi ho conservato questo racconto che oggi volentieri condivido con i lettori di Archi Magazine.

Sono approdato alla Scala per caso nel 1992, spinto con insistenza dal mio Maestro, con il quale mi ero da poco diplomato al Conservatorio di Torino, il compianto Massimo Marin, scomparso due anni fa, negli anni addietro spesso invitato dal nostro Teatro come prima parte ospite dell’orchestra. Il mio Maestro oltre ad essere un grande didatta è sempre stato in movimento per sognare il futuro dei propri allievi: infatti fu lui ad iscrivermi fisicamente al Concorso, io semplicemente firmai la domanda di iscrizione, senza neanche troppa convinzione.

Prima di continuare il racconto faccio un passo indietro: non era la prima volta che realizzavo i sogni di qualcun altro, sogni che poi naturalmente sono diventati i miei ed anche la mia piacevole realtà: sono diventato musicista grazie all’amore per la musica di mio padre che ha riversato su di me quello che era stato il suo sogno, lui però aveva dovuto a sua volta seguire le orme di suo padre che era avvocato da generazioni e fare il musicista era considerato all’epoca un lavoro improbabile e insicuro, ironia della sorte vuole che oggi siamo purtroppo tornati per forza di cose ad avere un’idea simile. Mio padre era un grande conoscitore di musica classica e, pur non leggendo neanche una nota di musica, era in grado di riconoscere dopo poche battute non solo l’autore e la composizione, ma spesso anche il cantante o l’esecutore... raramente ho incontrato nel mondo persone, anche musicisti, altrettanto competenti ed appassionati in materia musicale!

A quando avevo quattro anni risale il mio primo ricordo musicale, quando alle prime note della Marcia alla Turca di Mozart ho cominciato a ballare. Da allora ricordo giornate intere trascorse sul divano insieme a mio padre ad ascoltare musica sinfonica e da camera, e poi le Opere liriche, dapprima quelle italiane, specialmente Verdi. In seconda elementare la maestra chiese di svolgere un tema libero ed io riscrissi integralmente il primo atto del libretto del Macbeth di Verdi, scritto da Francesco Maria Piave, che ricordavo perfettamente a memoria. A otto anni seguivo il Tristano di Wagner col libretto italiano e il tedesco a fronte (senza conoscere il tedesco!) ed già ero in grado di riconoscere i vari Leitmotiv, pur senza ancora leggere la musica. Come si può capire il mio percorso ha subìto una direzione inversa al solito, dove prima si acquisiscono le abilità manuali su uno strumento musicale e poi, poco a poco, si comincia a conoscere la musica. Infatti io mi sono avvicinato al violino solamente verso i dieci anni, anche perché nella vasta discoteca di mio padre c’erano le Sonate e Partite per violino di Bach suonate dal grande violinista Henryk Szeryng, uno dei dischi più consumati da me in quegli anni: ammaliato dalle capacità infinite di questo piccolo e magico strumento che aveva conquistato più degli altri il mio cuore decisi di seguire il “sogno”, facendolo mio. Per sopperire a quell’inizio relativamente tardo ho cominciato a farne una ragione di vita, dedicando da subito parecchio tempo e spesso sacrificando ore altrimenti dedicate al gioco, pur non facendomi mancare neanche quello, vivendo in campagna, in una delle magnifiche colline di Torino. Entrai così in Conservatorio e in quegli anni continuavo ad ascoltare musica frequentando i Teatri e le sale da concerto settimanalmente: mi capitò negli anni ’80 di ascoltare il Macbeth (ancora lui!) e il Simon Boccanegra alla Scala, erano gli anni di Abbado e dei cast stellari di Domingo, Freni, Cappuccilli, Ghiaurov, Verrett ecc. e mai mi sarei immaginato di rientrare qualche anno dopo in quel Teatro dove già mi ero reso conto che si respirava un’atmosfera magica, diversa da quella di tutti gli altri teatri, suonando in quell’orchestra e per di più come Primo violino Solista...

Portati a compimento i dieci anni di studio in Conservatorio incominciai a frequentare numerosi corsi dei grandi maestri di violino internazionali, anzi iniziai già durante gli ultimi anni di Conservatorio, seguendo i suggerimenti del mio Maestro e con il sostegno della mia famiglia e dell’Associazione torinese De Sono che sosteneva e continua a sostenere i giovani talenti piemontesi più meritevoli.

E così arriviamo alla Scala, come dicevo nell’anno 1992, per caso, durante il mio servizio civile a Verbania, nel quale facevo tutt’altro in un chiostro aiutando ragazzi nello studio e svolgendo diverse funzioni sociali, tra cui quella di cameriere e di portinaio, e nei ritagli di tempo, tra una partita a ping-pong e l’altra con il mio fraterno amico compagno obiettore di coscienza, preparavo il concorso senza crederci troppo, anche perché suonare in un’orchestra non rientrava nei miei piani di allora e le mie velleità solistiche mi imponevano di preparare invece Concorsi Internazionali e tentare quella strada. Comunque un giorno salii su un treno a Verbania e mi ritrovai nella Sala Gialla della vecchia Scala, una piccola sala dall’acustica terribile dove trovai schierata la quasi totalità delle prime parti dell’orchestra presieduta dal Maestro Accardo quale Commissario esterno, tutti pronti ad ascoltarmi nella Prova Eliminatoria del Concorso per Spalla dell’orchestra. Dopo il primo tempo della Sonata di Brahms si alzò un personaggio che avevo visto tante volte nei concerti della Filarmonica trasmessi in TV dall’allora Rete4, il primo fagotto storico Evandro dall’Oca e venne verso di me con un fazzoletto, si inginocchiò ai miei piedi - io ero un giovane sbarbato poco più che ventenne -, e mi lustrò le scarpe, girandosi poi con fare complice verso i colleghi che annuivano, dopodiché il Maestro Accardo si rivolse a me chiedendomi di che squadra ero, avendo letto che ero di Torino sul curriculum e alla mia fiera risposta di essere torinista (peraltro come tutti i veri piemontesi), da juventino sfegatato qual è disse che dovevo pur avere qualche difetto! Non avevo esperienze di concorsi ma mi sembrò una situazione surreale e cominciai a pensare di essere capitato in una compagnia davvero simpatica, oltre che nella migliore orchestra italiana. Ripensandoci oggi, in un’epoca dove i concorsi si svolgono in una fredda atmosfera e il candidato anonimo suona dietro una tenda, giudicato da pochi musicisti scelti devo dire che per molti aspetti mi mancano quei tempi, dove si respirava un’atmosfera molto meno formale e l’aspetto umano e il contatto visivo era ritenuto importante nella scelta di un nuovo membro dell’orchestra, ma non per questo la valutazione artistica passava in secondo piano.

Dopo l’esecuzione del resto del programma, mi fu chiesto di terminare la prova coni il Solo de I Lombardi alla Prima Crociata e si alzò un altro mitico personaggio, il grande primo flauto di allora Glauco Cambursano che si offrì di improvvisare un improbabile accompagnamento al pianoforte effettuato spudoratamente con due dita... qualche minuto dopo questo finale goliardico vennero tutti a festeggiarmi annunciandomi che ero risultato l’unico candidato ammesso alla Finale che si sarebbe svolta il mese dopo sul palcoscenico del Teatro alla presenza del Maestro Muti. Siccome si era sparsa la voce della mie scarsa motivazione i miei futuri colleghi si sincerarono di avere da me una conferma di aver capito la data e si raccomandarono di studiare bene i Soli, intuendo che non era un repertorio che io frequentavo regolarmente e avvertendomi che il Maestro Muti era molto esigente. Dopo un altro mese di servizio civile, partite a ping-pong e un po’ di studio degli Assoli salii su un altro treno a Verbania e suonai la finale sul palcoscenico della Scala. Il clima questa volta era tutt’altro e dopo l’esecuzione dell’intero programma e di tutti i Soli l’Orchestra venne a festeggiarmi comunicandomi il responso e il Maestro Muti, dopo avermi fatto i complimenti mi diede l’appuntamento all’inizio delle prove della sua prossima produzione, calendarizzata appena tre giorni dopo. Alla notizia che stavo svolgendo il servizio civile e che ne avrei ancora avuto per circa dieci mesi, il Maestro si rabbuiò e mi chiese di seguirlo in camerino, ma poi mi fece un bellissimo discorso nel quale parlò del valore dell’orchestra della Scala, della vita di teatro fatta di gioie e dolori e mi prospettò un futuro di crescita insieme a lui e all’orchestra, dicendo che mi avrebbero aspettato.

Uscii dal Teatro molto confuso, soprattutto dal fatto che molti personaggi che avevo visto solo in televisione si erano dimostrati così ben disposti e desiderosi di iniziare a lavorare al mio fianco, cosa confermata anche l’anno seguente quando mi accolsero tutti con grande disponibilità ed amicizia, anche e soprattutto la “vecchia guardia”, disposta ad accompagnarmi nel periodo di apprendistato, svelandomi tutti i segreti del mestiere per accelerare il mio processo di inserimento. Fin dal primo momento mi sono sentito in famiglia e anche i miei inevitabili primi errori dovuti all’assoluta mancanza di esperienza in orchestra sembrava non venissero neppure presi in considerazione.

Molto presto imparai che suonare bene il violino ed avere una conoscenza profonda della musica non era sufficiente e che per imparare a fare la Spalla era indispensabile apprendere tutto direttamente su quella sedia. Capii presto che le mie riserve sul suonare in orchestra erano infondate e che non solo il mio lavoro non avrebbe ostacolato l’attività solistica e cameristica, ma sarebbe stata complementare ad essa e mi avrebbe spalancato molte porte. Ho così continuato a studiare senza mai abbandonare il repertorio solistico e i miei progetti di partecipare ai concorsi internazionali, i cui successi mi hanno aperto altre porte; anche la mia orchestra e vari gruppi cameristici creatisi all’interno di essa mi hanno dato e continuano a darmi la possibilità di proseguire l’attività solistica e cameristica anche all’interno del Teatro.

In questi quasi trent’anni di appartenenza a questa meravigliosa orchestra ho avuto la possibilità di suonare con i migliori direttori, cantanti e strumentisti del mondo, nel repertorio che già da bambino conoscevo e tanto amavo, facendo musica a fianco di colleghi straordinari da cui ho imparato e continuo a imparare giornalmente, condividendo esperienze artistiche ed umane di grande valore e continuando ad emozionarmi ad ogni tema di Verdi, ad ogni nota di Mozart, ad ogni fraseggio legato in mezza voce eseguito da un grande cantante, ad ogni esecuzione sentita di un grande direttore, ad ogni Solo magico di un collega, ad ogni passaggio arduo eseguito bene dalla fila dei primi violini, ad ogni respiro effettuato all’unisono, accompagnato magari da un sorriso o da un’occhiata complice, che in questi tempi difficili anche sotto la mascherina tradisce uno sguardo commosso, a ogni nota eseguita con passione da questa grande orchestra che è l’orchestra del Teatro più importante del mondo, che quest’anno compie 100 anni e di cui io sono orgoglioso ed onorato di esserne uno dei violini di Spalla, seppur per un breve percorso di un cammino iniziato un secolo fa e che continuerà, spero, nei secoli a venire, fino a quando la gente avrà ancora bisogno di bellezza.

Francesco Manara