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I 75 anni di Gidon Kremer in un concerto crepuscolare

di Luca Segalla

Gidon Kremer ha festeggiato i suoi settantacinque anni - è nato il 27 febbraio del 1947 - nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano, lo scorso 21 febbraio in un concerto cameristico per le Serate Musicali. Sul palcoscenico accanto a lui c’erano la violoncellista Giedrė Dirvanauskaitė e il pianista Georgijs Osokins. La Dirvanauskaitė è uno dei membri fondatori della Kremerata Baltica, il biglietto da visita con cui dal 1997 il violinista lettone si presenta al pubblico, il giovane Osokins è invece una delle sue ultime scoperte musicali. Il passato e il futuro del cammino artistico di Kremer si sono insomma intrecciati in un appuntamento che avrebbe potuto essere festoso e leggero e che invece aveva i toni di un’intima meditazione, un po’ perché il programma era decisamente introverso e un po’ perché Kremer è apparso stanco, poco incline ai guizzi ritmici e alle accensioni virtuosistiche e teatrali di un tempo: è invecchiato e non fa nulla per nasconderlo.

Il Trio in Sol minore op. 110 di Robert Schumann ha fissato subito il tono generale del concerto, con la seriosità un poco rassegnata propria delle pagine degli ultimi anni della parabola creativa schumanniana, una seriosità resa evidente dall’approccio pensoso dei tre musicisti, sintonizzati tutti sulla stessa lunghezza d’onda. Il suono privo di brillantezza, il fraseggio quieto, l’accennare ai motivi invece di cantarli a piena voce, i toni sommessi di un dialogo che a tratti si riduceva a un mormorio, tutto concorreva ad una interpretazione più rassegnata che lirica. Il suono di Kremer ha perso molto dell’antico smalto, la tecnica dell’arco rivela qualche incertezza, lo stesso volume si è ridotto e i passaggi veloci mancano di incisività, eppure questi limiti diventano mezzi espressivi quando sul palcoscenico c’è un grande artista con accanto compagni di avventura capaci di captarne gli umori, adeguandosi al suo approccio crepuscolare e stanco.

Ha emozionato, Gidon Kremer, proprio perché il suo Schumann privo di slanci e di luce aveva un tono inquieto e perfino sinistro e il Rachmaninov del Trio elegiaco in Re minore n. 2 op. 9, con cui la serata si è chiusa, sembrava immerso in una dolorosa ed intima rassegnazione; al centro di questo viaggio nell’interiorità, tra l’altro, c’era il Requiem (dedicato alle infinite sofferenza dell’Ucraina) per violino solo composto da Igor Loboda nel 2014, che ascoltato proprio nelle ore in cui la Russia si apprestava ad iniziare l’invasione dell’Ucraina dava una sensazione strana.

La tecnica di Kremer presenta crepe vistose ed in alcuni momenti, come nel terzo movimento del Trio schumanniano e nei passaggi più concitati del primo movimento del Trio elegiaco op. 9, le crepe si allargavano fino a compromettere la tensione drammatica e la tenuta dell’insieme. Eppure i tre musicisti sono riusciti a penetrare a fondo nell’universo poetico dei due compositori, soprattutto nel caso di Rachmaninov, perché il Trio elegiaco op. 9 possedeva una grande tensione drammatica pur senza essere appassionato, in un’interpretazione intima e piena di sottigliezze, come hanno subito rivelato le battute iniziali, con l’ostinato del pianoforte di Osokins a fornire un enigmatico sfondo al tema del violoncello della Dirvanauskaitė, ripreso poi stancamente dal violino di Kremer, in una sorta di attonita immobilità. Ascoltando questo Trio - ma il discorso vale in sostanza per tutta la musica da camera di Rachmaninov - si avverte bene come il compositore russo pensi da pianista, perché il pianoforte ha quasi sempre il ruolo di protagonista, arrivando in alcuni momenti a saturare lo spazio musicale. Per un pianista la tentazione di mettersi in luce e di prendere il sopravvento sugli archi è davvero forte, proprio perché è la stessa scrittura di Rachmaninov a spingere in questa direzione, ma Osokins ha mantenuto con lucidità il controllo, trovando sempre il giusto equilibro, sonoro ed emozionale, con i suoi compagni. La stessa sintonia si avvertiva nel brano più disimpegnato della serata, una versione per trio di Amapola, realizzata dalla compositrice Victoria Poleva proprio per Gidon Kremer e presentata in prima esecuzione italiana, in cui il celebre tema di Joseph Lacalle risuona lontano e opaco, come può esserlo un oggetto visto attraverso un vetro appannato: il violoncello lo declama a un tempo innaturale e lentissimo su un ostinato del pianoforte e del violino, che diventa poi il protagonista nella vitrea coda basata sui suoni armonici.