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Giuseppe Gibboni, un diavolo in Paganini

di Luca Segalla

Un violinista diabolico ha dato un’autentica scossa al pubblico (poco) della Sala Verdi del Conservatorio di Milano, il 28 marzo in un recital per le Serate Musicali. Diabolico e insieme elegante nel suono, naturale nel fraseggio, frenetico nella mobilità del ritmo. Parliamo di Giuseppe Gibboni, ventunenne salernitano, trionfatore lo scorso ottobre alla 56ª edizione del Premio “Paganini” di Genova. Gibboni ha da sempre l’istinto del virtuoso, fin da quando era un ragazzino, perché possiede il fuoco degli interpreti che di fronte alle sfide si animano, lanciandosi senza timori nei passaggi più impervi. Al pubblico milanese ha presentato, tra gli altri brani, tre dei Capricci di Paganini e sono state interpretazioni travolgenti per l’agilità del colpo d’arco, la velocità degli stacchi di tempo, la cristallina precisione dei dettagli. Nei Capricci - ma accade anche con un altro dei suoi cavalli di battaglia, il Concerto di Ciaikovskij - Gibboni si trova nel suo elemento naturale, ed infatti conserva l’aplomb anche nei momenti più concitati e mantiene sempre il controllo del suono, come ha rivelato subito il Capriccio n.1. È un virtuoso di razza ma è anche un virtuoso sensibile, il cui suono resta morbido e la cui cavata non è aggressiva. A confermalo, in questo recital milanese, è stato il secondo dei tre Capricci proposti, il Capriccio n.5, intonatissimo e rapidissimo, anche se il vero trionfo del virtuosismo è arrivato con il Capriccio n.24, in cui la velocità e la tensione ritmica si sposavano festosamente alla piacevolezza del timbro, alla rotondità del suono nei bicordi e all’impeccabile eleganza del picchettato.

C’erano la stessa naturalezza e la stessa imperturbabile tranquillità nel trittico per violino solo composto da Alfred Schnittke nel 1982 in onore del violinista genovese e intitolato appunto A Paganini. Nei cupi meandri della scrittura del compositore sovietico Gibboni si è immerso lasciando alla musica il suo respiro lento, senza forzare i tempi e senza cercare particolari effetti, perché in queste pagine le citazioni paganiniane sono dei fantasmi, delle fugaci apparizioni notturne che devono restare nella penombra, prive di luce e quasi prive di movimento, vista la lentezza estrema del ritmo armonico.

Il recital è iniziato con la Sonata n.3 in Re minore op.108 di Johannes Brahms, affrontata da Gibboni insieme al talentuoso pianista Ingmar Lazar, il quale alla spavalderia della tecnica ha affiancato la capacità di assecondare le intenzioni del suo compagno di avventura, a cui non ha mai rubato la scena dialogando però in modo convincente. In Brahms, soprattutto in questo Brahms ormai anziano, malinconico e crepuscolare, è necessario trovare i giusti equilibri, infatti Gibboni ha optato per un tono medio, evitando sia eccessivi slanci virtuosistici sia eccessivi abbandoni sentimentali, anche se con esiti meno entusiasmanti che in Paganini. Con Brahms, infatti, Gibboni non si trova nel suo elemento naturale e quanto in Paganini gli viene per così dire spontaneamente in Brahms lo deve cercare. Il violinista salernitano ha suonato tutto nel modo corretto, ma l’impressione all’ascolto era di un musicista preoccupato a tenere continuamente a freno il suo estro e la sua vitalità per evitare di rompere gli incanti melodici e gli equilibri formali di una pagina quanto mai complessa. Il legato del secondo movimento era affascinante, il finale aveva i giusti slanci, però nel complesso mancavano gli abbandoni, mancava la rassegnazione che invece avevamo avvertito un mese fa, in questa stessa sala, nelle interpreazioni di Schumann e di Rachmaninov di Gidon Kremer con la violoncellista Giedrė Dirvanauskaitė e il pianista Georgijs Osokins; del resto è comprensibile che l’universo emotivo del serioso e malinconico Brahms non possa entrare in piena risonanza con il vissuto di un interprete di appena ventun anni.

Nel suo elemento naturale Gibboni è tornato con le Variazioni su un Tema originale per violino e pianoforte op.15 di Henryk Wieniawski, nella cui lunga introduzione si è abbandonato a un cantabile appassionato e struggente per poi tratteggiare il tema principale del brano con leggerezza e perfino con civetteria, a dimostrazione della grande duttilità, anche nel virtuosismo, di un interprete autentico, che non può essere classificato soltanto con la riduttiva etichetta di vincitore di un grande concorso internazionale. E in conclusione di serata sono arrivati i fuochi artificiali del finale del Concerto n.2 in Si minore op.7 di Paganini “La campanella”, proposto senza i primi due movimenti, come fosse una sorta di bis: è stata un’interpretazione emozionante, nel segno della sicurezza del colpo d’arco, della souplesse e della leggerezza già esibite nei tre Capricci ma portate qui ad un massimo grado di sviluppo, in una sorta di danza vorticosa e rapinosa, e insieme raffinata. Giù il cappello.