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L'inasauribile energia di Jordi Savall al Ravenna Festival

di Mauro Mariani

Nella stagione che è ormai agli sgoccioli Jordi Savall non ha fatto una vera e propria tournée italiana ma piuttosto varie rapide apparizioni, presentando sempre programmi diversi, che talvolta attingevano al suo repertorio consolidato ma talvolta si aprivano ad ambiti mai da lui esplorati fino a poco tempo fa, come le Sinfonie di Beethoven, a conferma di una vivacità d’interessi, di un entusiasmo e di un’energia inesauribili nonostante gli ottant’anni suonati, che non sembrano  aver lasciato traccia su di lui. Sono immutati l’ascendente e la fascinazione che il suo parlare convinto e sicuro ma affabile e totalmente privo di presunzione esercita sull’interlocutore e anche l’aspetto non è molto cambiato. E soprattutto è sempre uno straordinario musicista, che unisce rigore ed estroversione, perfezione tecnica e forza comunicativa. Lo abbiamo ascoltato nella splendida cornice di Sant’Apollinare Nuovo, dove ha suonato per Ravenna Festival. Era accompagnato da tre ottimi musicisti del suo Hespèrion XXI: Xavier Díaz-Latorre (chitarra), Andrew Lawrence-King (arpa barocca spagnola) e Pedro Estevan (percussioni, ovvero tamburo, tamburello basco e nacchere). Tra i quattro c’era un affiatamento - o direi piuttosto una complicità - totale.

Il programma “Folias & Canarios” è un classico di Savall, che lo presenta da anni e anni, ma che non è mai esattamente uguale, perché ogni volta cambia qualche brano, attingendo al repertorio pressoché senza fondo di musiche di quel genere, di autori del Quattrocento, del Cinquecento, del Seicento e del Settecento, anonimi o famosi, spagnoli, inglesi, italiani e anche del Nuovo Mondo. Questa volta oltre a composizioni consistenti in variazioni (diferencias o recercadas o glosas) sopra il tenor (noi diremmo basso) noto come folia, c’erano variazioni sopra altri tenores, quali il Passamezzo antico, il Passamezzo moderno, Il Ruggiero e La Romanesca. E varie danze: oltra al Canario c’erano Jácaras, Moresca, Fandango e Gallarda napoletana.

Alternando viola da gamba basso e viola da gamba soprano, Savall ha iniziato con la seducente semplicità di due Folias antiguas anonime dei primi del Cinquecento tratte dal Cancionero de Palacio a cui ha fatto seguire il noto compositore seicentesco Gaspar Sanz, rappresentato qui da due danze. In tutto il concerto si susseguivano autori anonimi (come i famosissimi Greensleeves on a Ground) e compositori di grande statura (come le Glosas sobre “Todo el mundo en general” di Francisco Correa de Arauxo), “democraticamente” accostati l’uno all’altro senza tracciare alcun solco tra musica di origine popolare e musica colta.

Savall è non soltanto un grande musicista ma anche un grande comunicatore ed è riuscito a coinvolgere gli ascoltatori nella sua passione per queste musiche così lontane nel tempo, interpretandole senza alcuna compunzione e seriosità musicologica. Una caratteristica delle sue interpretazioni è l’ampio spazio lasciato all’improvvisazione, fondamentale nella musica di quei secoli, che dà come risultato una grande immediatezza e un senso di forte vicinanza e comunione con gli ascoltatori. Non si è limitato ai normali abbellimenti improvvisati della musica barocca e si è esibito in sei ampie improvvisazioni (prevalentemente con la viola da gamba soprano) che partivano da altrettanti brani in programma ma si trasformavano presto in qualcosa di totalmente diverso, in vere e proprie invenzioni di Savall, che ne ha fatto delle occasioni per il suo virtuosismo, superando ogni remora filologica. Non credo che gli ampi salti della mano sinistra, la varietà di colpi d’arco, i suoni armonici e la velocità vorticosa esibiti in queste improvvisazioni rientrassero nella tecnica della viola da gamba del Cinque-Seicento, anzi il risultato ricordava piuttosto le sonorità del violino nella musica contemporanea. Ma fidiamoci di Savall, lui sa quando lasciarsi guidare dalla filologia ma anche quando non lasciarsi imbrigliare dalla filologia. Il risultato era travolgente e gli applausi, già molto calorosi dopo ogni brano, diventavano entusiastici dopo le improvvisazioni. L’unico bis, dedicato da Savall all’Ucraina, era un brano tratto dal Cancionero de Lima, che iniziava con un andamento lento e mesto, accentuato dal ritmo di marcia funebre scandito dal tamburo, ma finiva in modo veloce ed allegro: un buon auspicio.

Fotografie: Zani-Casadio

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