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Il Quartetto Belcea all'Unione Musicale: quella somma di differenze che incanta

di Lorenzo Montanaro

Trovare il proprio suono è, da sempre, il cruccio e la dolce ossessione di ogni ensemble cameristico. Ci si impiegano anni, qualche volta decenni, lavorando su dettagli minimi, scarti infinitesimali, che, sommati assieme e pensati all’interno di un progetto, sanno fare la differenza. Il “proprio suono” non è questione di vanto narcisistico e nemmeno di un marchio riconoscibile, buono per ogni occasione, ma è, se mai, il desiderio di trovare una chiave interpretativa coerente, capace di cogliere, nella musica dei grandi, sfumature e punti di osservazione che ad altri sono sfuggiti. Il Quartetto Belcea è uno di quei gruppi che il proprio suono lo ha certamente trovato in una sintesi di diversità, in un sapiente connubio di differenze. Prova ne è stato il bellissimo concerto tenuto mercoledì 30 novembre, nel salone del Conservatorio di Torino, per la stagione dell’Unione Musicale.

Se è vero che il nostro presente è anche un po’ il prodotto del nostro passato, uno sguardo alla storia del Quartetto Belcea può essere d’aiuto. Il gruppo si è formato nel 1994 attorno al carisma della violinista romena Corina Belcea. I membri erano, all’epoca, tutti studenti del Royal College of Music di Londra e più tardi hanno avuto modo di perfezionarsi con i musicisti del Quartetto Alban Berg, a Colonia. Fin da subito, quindi, un crogiolo di identità e tradizioni. Nel tempo la formazione ha visto cambiare parte dei suoi componenti, ma non ha mai tradito l’originaria vocazione all’incontro e alla pluralità di stimoli. Attualmente la fondatrice è affiancata da Axel Schacher (che però nella data torinese è stato sostituito da Sébastien Surel), secondo violino, francese, come il violoncellista Antoine Lederlin, e dal violista polacco Krzysztof Chorzelski, presente fin dalla fondazione. Scuole diverse che si fondono. È infatti interessante notare che cosa rileva Chorzelski a proposito della sua esperienza nel gruppo. «Abbiamo un forte legame reciproco, ci rafforziamo a vicenda e le dinamiche interne condizionano le interpretazioni. Da quando abbiamo iniziato a lavorare insieme la qualità del suono e la varietà di colori ed espressioni si è molto ampliata». «Io e Corina – prosegue Chorzelski – abbiamo il temperamento focoso degli est-europei, il nostro modo di suonare è guidato dalla nostra passionalità. I nostri colleghi francesi hanno aggiunto una palette di colori e sfumature». Ascoltando un’esecuzione, tutto questo diventa assolutamente evidente.

A Torino, il Belcea ha offerto al pubblico tre pietre miliari del repertorio, quasi un compendio: il Quartetto n.2 Op.20 di Haydn, il Quartetto Op.59 n.1 di Beethoven (il primo dei Razumovsky) e infine il Quartetto n.8 Op.110 di Shostakovich “in memoria delle vittime del fascismo e della guerra”.

È stata una cavalcata tra gli stili e le epoche che il quartetto ha affrontato con una duttilità e una plasticità incredibili. Dell’opera di Haydn, i musicisti hanno fatto emergere, con grande chiarezza, gli elementi di sperimentazione, fermento e a tratti perfino la vena un po’ sturm und drang, che si agita sotto la corteccia della raffinatezza e dell’equilibrio. Al centro del concerto (con una scelta che si smarca dalla rigida scansione temporale) il Belcea ha voluto collocare il Quartetto di Shostakovich, pagina enigmatica, con quella sua ridda di autocitazioni e quel mutare di caratteri che vanno dalla malinconia più struggente alla più tagliente ironia. Ma il culmine della serata è stato il primo dei Quartetti Razumovsky, interpretato con una cura per il dettaglio e con una brillantezza da lasciare senza parole. Visto l’entusiasmo del pubblico, c’è stato spazio per un gradito bis: il terzo movimento Andantino, doucement expressif del Quartetto di Debussy. Altro salto nel tempo, in una progressiva rarefazione del suono, fino all’ultimo accordo, in pianissimo, che ha lasciato i presenti letteralmente senza fiato. Poi, un mare di applausi.