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Le (irriverenti) avventure musicali di Queyras e Tharaud

di Luca Segalla

Sul palcoscenico e in sala di registrazione formano una coppia fissa da quasi vent’anni. Suonano con leggerezza, con la gioia di fare musica e la curiosità di due interpreti sempre pronti a stupire il pubblico, anche sperimentando repertori inconsueti. Il pubblico, del resto, il violoncellista Jean-Guihen Queyras e il pianista Alexandre Tharaud sanno bene come conquistarlo, come hanno dimostrato anche nel recital di domenica 15 gennaio al LAC di Lugano, nell’ambito del Cartellone di LuganoMusica.

È la freschezza l’ingrediente principale della loro intesa, un approccio diretto alle partiture evidente nel fraseggio mosso, nella trasparenza del suono, nei guizzi ritmici e nella naturalezza del dialogo, il tutto sostenuto da un’ottima tecnica strumentale, con esecuzioni pulite e precise. A Lugano lo si è visto in particolare nella Sonata per violoncello e pianoforte di Poulenc, punto di arrivo di un programma che sulla carta poteva sembrare unitario ma che unitario - prima nota dolente del recital - non era affatto. Si partiva, infatti, da una ricca selezione di pagine per viola da gamba e clavicembalo di Marin Marais, oggetto della quinta e ultima incisione discografica dei due musicisti, pubblicata da pochi mesi, per arrivare a Poulenc passando per una trascrizione della Sonata per violino e pianoforte in Re maggiore di Franz Schubert (Schubert e Poulenc comparivano nei primi due CD realizzati dal duo), in un percorso quasi tutto francese e tutto nel segno della trasparenza. In realtà la raffinata e riservata musica di Marais è distante anni luce dalla musica ariosa e leggera di Poulenc, senza contare - secondo nota dolente del recital - che eseguire il repertorio per viola da gamba su un violoncello accompagnato dal pianoforte è ormai del tutto inattuale. Queyras e Tharaud suonano bene, ma sempre sopra le righe, disinteressandosi quasi del tutto alla filologia, salvo poi cercare qualche effetto timbrico che possa ricordare antiche sonorità barocche in un contesto, però, in cui il timbro (penso al continuo ricorso al vibrato) e soprattutto il fraseggio, a larghe campate, non sono per nulla barocchi. Alla fine il suono sontuoso del violoncello di Queyras, i vistosi rallentandi, la teatralità di un’interpretazione in cui tutto veniva costantemente sottolineato potevano anche risultare affascinanti, ma era un fascino che sapeva di polvere, in un approccio tardo-romantico molto datato e in fin dei conti poco efficace anche sul piano della resa espressiva, oltre che stilisticamente poco a fuoco: penso in particolare alla lentezza esasperata delle Sarabande o alla teatralità delle Variazioni sulla Follia, affrontate in modo fin troppo disinvolto (di contro nel primo dei due bis abbiamo ascoltato un Marais sorprendentemente raffinato, eseguito in punta di archetto e con molta eleganza, a riprova del fatto che qui il problema sta nelle scelte interpretative e non nel valore degli interpreti).

La Sonata in Re maggiore di Franz Schubert, la prima delle tre Sonate giovanili che rappresentano l’unico contributo del compositore viennese al repertorio violinistico, rappresentava un piacevole intermezzo in attesa del pezzo forte della serata, la Sonata di Poulenc, anche se le esili trame di una paginetta così innocente mal si adattano al peso sonoro e alla tessitura più scura del violoncello. Altro era il respiro del fraseggio, altro il fascino timbrico, altra la luminosità della Sonata di Poulenc, affrontata con uno slancio e una freschezza - anche virtuosistica - contagiose. In Poulenc, infatti, Queyras e Tharaud erano nel loro elemento naturale, e lo si è capito dall’attacco festoso della Sonata, dalla sensualità del secondo tema del primo movimento e quindi da una Cavatine elegante e sognante, in particolare nei passaggi con la sordina, che Queyras ha controllato alla perfezione sul piano timbrico, mentre Tharaud accompagnava con la sua solita distaccata eleganza, da accompagnatore d’altri tempi, come si può apprezzare ascoltando i CD realizzati dal duo. La Sonata per violoncello e pianoforte, composta tra il 1940 e il 1948, non è da annoverare tra le pagine migliori di Poulenc (è lontana, per esempio, dalla freschezza fatta di nulla della Sonata per flauto e pianoforte, di pochi anni posteriore), ma grazie alla trascinante esecuzione dei due interpreti, trascinante anche sul piano del virtuosismo, in particolare nell’ultimo movimento, ha saputo imporsi alla platea del LAC.

© LuganoMusica - Foto Sabrina Montiglia