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A 50 anni dalla fondazione ecco perché il Quartetto Alban Berg è ancora un modello per generazioni di quartetti a venire

di Gregorio Moppi

C’era sempre un’elettricità gagliarda nel modo con cui il Quartetto Alban Berg affrontava il proprio repertorio: tensione espressiva, sonorità acuminate, incalzare ritmico che innescavano nell’uditorio l’impressione che il pezzo suonato in quel momento fosse stato appena scritto e contenesse una miccia pronta a esplodere da un momento all’altro. Ogni pagina, nelle loro mani, si tramutava in esperienza attuale, emotivamente deflagrante. E il rito del concerto schivava l’idea di museo per farsi avventura sempre nuova, perlustrazione di geografie magari note attraverso, però, percorsi sorprendenti, perfino scioccanti. Il violoncellista Valentin Erben spiegava così, in un’intervista del 2005, la filosofia che orientava le loro interpretazioni: «Quel che io penso sia importante, e ciò che noi quattro pensiamo lo sia, è immaginare quale effetto la musica creava nelle orecchie degli ascoltatori di duecento anni fa. Ecco quanto noi tentiamo di ricreare. Per esempio, una volta suonai in una masterclass per Rostropovič. Qualcuno portò Haydn, e nella melodia si trovava una settima. È un intervallo piuttosto dissonante, che quindi produce tensione. Rostropovič l’ammonì: ‘Per te ormai una settima non significa più niente, ma devi essere consapevole che all’epoca di Haydn impiegare un intervallo del genere provocava nell’ascoltatore un’impressione simile a quella che tu oggi avresti se io buttassi entrambe le braccia sulla tastiera di un pianoforte”». Quello che appunto faceva il Quartetto Alban Berg: misurarsi con il trauma dell’ascolto, far emergere in superficie le ferite del tempo – il tempo della composizione, il tempo dell’esecuzione - che ogni pezzo, al pari di ogni altra opera d’arte, porta in sé. Del resto i quattro del Berg sono figli di Vienna, culla della psicanalisi, i cui procedimenti ermeneutici sembrano aver bene assimilato nel leggere le partiture. Né è senza significato il fatto di richiamarsi nel nome all’avanguardia viennese d’inizio Novecento. Un nome che intendeva essere programmatico. Significava appropriarsi di una chiave interpretativa del mondo, e attraverso quella - che dischiude lo sguardo agli spasmi dell’esistenza, alle trivelle della psiche - i quattro strumentisti osservavano il resto del repertorio, problematizzandolo. Perciò il loro Beethoven, perfino quello dell’op.18, si presenta come un sisma: in lui già stanno fermentando espressionismo e atonalità.

Appunto prima e seconda Scuola di Vienna costituiscono i due fuochi del loro vasto repertorio testimoniato da decine di registrazioni. Adesso, per il cinquantenario della fondazione dell’Alban Berg (in attività fino al 2008), Warner Classics le ripubblica tutte in un box da 62 CD e 8 DVD: un centinaio di composizioni dal classicismo alla contemporaneità, comprese le commissioni a Luciano Berio, Wolfgang Rihm e Alfred Schnittke. Ma non solo Quartetti vi si trovano; anche un disco di Tango, e Quintetti e Sestetti incisi in compagnia dei pianisti Alfred Brendel, Elisabeth Leonskaja, Rudolph Buchbinder, Philippe Entremont, del violoncellista Heinrich Schiff, della clarinettista Sabine Meyer. L’integrale dei Quartetti beethoveniani ne è il cuore, registrata due volte (oltre un milione di copie vendute). La prima in studio, tra il 1978 e il 1983. La seconda dal vivo al Konzerthaus di Vienna, nel 1989, nell’arco di dieci giorni, dopo averla portata per due anni nelle maggiori sale da concerto del globo. «L’Alban Berg è senza dubbio uno dei più grandi quartetti del nostro tempo. La sua registrazione del ciclo beethoveniano è un capolavoro che servirà da modello a generazioni di quartetti a venire», ebbe a dichiarare il grande compositore polacco Witold Lutosławski. «L’arte interpretativa dell’Alban Berg è universale. Ispirazione e perfezione, immaginazione e fedeltà al testo, grande stile e buon gusto, c’è tutto questo nel loro modo di suonare».

[Estratto dell'articolo che verrà pubblicato, in forma integrale, su Archi Magazine n.84 di luglio-agosto 2020]