Addio Alberto Cantù, stimato studioso innamorato del violino e amico di Archi Magazine

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Mancherà a tutti Alberto Cantù, non solo perché è stato un musicologo e critico musicale stimato da musicisti e colleghi, ma soprattutto per la sua spontanea simpatia e la grande curiosità che gli conferivano un'eterna aria giovanile. È scomparso ieri a Milano, all'età di 70 anni. Sebbene in gioventù avesse studiato la chitarra nella sua Genova, è stato - come lui stesso amava definirsi - uno "studioso innamorato di violino ed interpretazione violinistica". Il collega musicologo Giovanni Carli Ballola una volta lo definì una «tra le persone più competenti e intellettualmente oneste che scrivono oggi di musica sulla stampa nazionale».

Oltre ad essere stato per 30 anni critico musicale de Il Giornale e docente in Conservatorio di Storia della Musica, ha fatto parte del comitato scientifico dell'Istituto di Studi Paganiniani di Genova, dell'Istituto di Studi Pucciniani di Milano e del Centro Studi Felice Romani di Moneglia. È stato autore di edizioni critiche per Henle Verlag e di numerosi libri, tra i quali ricorderemo in particolare quelli su Locatelli, Paganini, Menuhin, Heifetz e Ojstrakh.

Per Archi Magazine ha scritto cinque saggi di copertina: "Franco Gulli il signore del violino" (nov-dic 2017), "Le profezione paganiniane di Menuhin ventenne" (mag-giu 2016), "Il violino al fronte" (set-ott 2014), "Franco Fantini una vita per la Scala" (lug-ago 2013) e "Jascha Heifetz nella storia" (set-ott 2012, in occasione dei 25 anni della scomparsa), altri articoli e ritratti di interpreti storici (Toscanini e Heifetz, Michael Rabin, Karol Lipinski, Christian Ferras, Camillo Sivori), numerose recensioni discografiche e, nel 2011, il reportage "Concurso Sarasate: il vento di Pamplona". Proprio il viaggio verso la città basca come nostro inviato al più importante Concorso iberico per violino si trasformò purtroppo per Alberto in una brutta disavventura: una sera a Valladolid, da dove doveva partire l'indomani per raggiungere Pamplona, fu aggredito e rapinato del portafoglio, del biglietto del treno e dei documenti. L'indomani con grande compostezza e rassegnazione chiamò in redazione: «Mi hanno derubato, non ho più niente neppure un euro per un panino, sono rimasto solo con il cellulare e un pacchetto di sigarette. Potete fare qualcosa per me?». Seguì una giornata di telefonate al consolato, agli organizzatori del concorso, ai money transfer locali. Alla fine riuscì ad arrivare la sera al Teatro Gayarre, giusto in tempo per la finale del concorso. Ma quel giorno giurò che non sarebbe più tornato in Spagna.

Negli ultimi due anni Alberto ha sofferto di una profonda depressione che lo ha portato progressivamente ad evitare qualsiasi contatto con l'esterno. Un giorno si è fatto negare persino ad una telefonata di Riccardo Muti. È stato dunque del tutto inaspettato e fonte di grande gioia un suo messaggio pochi mesi fa, nel quale con grande amicizia e calore ci ringraziava per non aver mai smesso di fargli avere la rivista, che leggeva sempre «con stima e viva curiosità». Ciao Alberto, grazie di tutto, ci mancherai.

la redazione