Image

Incontro con Alessio Bidoli: “Freitas Branco? Una voce unica, fra tradizione e modernità”

di Lorenzo Montanaro

Curiosità, ricerca, desiderio di spingersi oltre i confini del già noto: c’è tutto questo nel lavoro discografico (Sony Classical) che il giovane ma già affermato violinista Alessio Bidoli (classe 1986), insieme con Alain Meunier al violoncello e con Bruno Canino al pianoforte, dedica all’opera del compositore portoghese Luís de Freitas Branco (1890 – 1955). È un fascio di luce proiettato su una personalità affascinante e finora poco studiata, specialmente in Italia.

Maestro Bidoli, da dove nasce il suo interesse per Freitas Branco?

«Certi stimoli per la ricerca fioriscono in modo un po’ aleatorio. In uno dei rari negozi di dischi ancora esistenti nella mia Milano, guardando distrattamente tra gli scaffali, mi è capitata tra le mani un’incisione delle Sinfonie di questo autore, che non conoscevo. Già al primo ascolto, sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla freschezza e dalla sincerità della musica, così ho pensato che valesse la pena approfondire. Dopo varie ricerche, sono riuscito ad avere le opere che Freitas Branco ha dedicato al mio strumento, cioè due Sonate per violino e pianoforte, un Trio per violino, pianoforte e violoncello e un breve Preludio, praticamente inedito».

Freitas Branco è stato un talento dalle tante facce. Erede di un’antica famiglia nobiliare, oltre che compositore prolifico è stato critico e didatta. Parlava correttamente tutte le lingue d’Europa, ma era anche profondamente legato a Lisbona, dove ha sempre vissuto. Quali aspetti della sua personalità musicale le sono più congeniali?

«Trovo che la sua produzione segni il passaggio fra tradizione e modernità. In un’epoca di trasformazioni radicali, capaci di stravolgere completamente il linguaggio della musica, lui ha scelto la strada di un aggiornamento tonale prudente. Inoltre le sue opere rivelano un’evoluzione nel tempo. La prima delle due Sonate per violino, ad esempio, che risale al 1908, ha ancora un’impronta tardoromantica, con echi di Debussy, Ravel, Franck. La seconda Sonata, di vent’anni posteriore, ha invece un’impronta più neoclassica, che a tratti ricorda Stravinskij».

E il Trio?

«È una composizione di grande interesse, in un unico movimento: è fortemente imbevuta della tradizione musicale portoghese, con aspetti legati al folklore. Impossibile non pensare al fado, accompagnato con la chitarra a 12 corde. Quello è il mondo di riferimento, ma viene trattato dall’autore in maniera molto originale, con armonie ardite, penetranti, a tratti stravaganti».

La curiosità musicale fa parte, da sempre, del suo percorso…

«Sì, credo sia importante alternare lo studio e l’esecuzione del grande repertorio con la ricerca di opere meno note. Già in passato, ad esempio, ho inciso le Sonate giovanili di Saint­-Saëns. In un’altra occasione ho ritrovato un’opera di Nino Rota, scritta per orchestra, ma poi trascritta dall’autore per violino e pianoforte».

Quello con Canino e Meunier è stato anche un incontro fra generazioni. Come si è trovato?

«Non credo che in questi casi l’età anagrafica abbia molta importanza. Quello che conta è il modo di approcciare la musica. Con Canino c’è una collaborazione ormai consolidata e sempre felice. All’inizio (parliamo degli anni 2012-2013) lui mi ha aiutato a temperare le mie esuberanze, a diventare più rispettoso del testo, meno eccentrico. Invece Meunier l’ho conosciuto per questa produzione: è un camerista raffinatissimo, che ha lavorato con tutti i grandi. Da entrambi mi sono sentito accolto, con semplicità e senza sovrastrutture, in un clima di democrazia: questo mi ha molto aiutato».