Brunello e Sollima all’Unione Musicale: “quasi violoncello solo”
di Lorenzo Montanaro
Non capita spesso di ascoltare due assi del violoncello, sullo stesso palco, nello stesso istante. Ma è esattamente ciò che è successo mercoledì 15 ottobre, con il concerto che ha aperto la Stagione 2025-26 dell’Unione Musicale di Torino. Il duo d’eccezione era composto da Mario Brunello e Giovanni Sollima, che hanno letteralmente elettrizzato il pubblico, eseguendo un repertorio affascinante quanto poco frequentato.
Nessuno dei due, ovviamente, ha bisogno di presentazione. E se si volesse giocare al gioco dei ritratti, verrebbe fin troppo semplice connotare le due personalità, oggettivamente molto diverse: l’apollineo e il dionisiaco. Il pacato e misurato Brunello accanto all’irruente e un po’ sregolato Sollima (non ce ne vorrà, per noi è un complimento!). Un approccio allo strumento più tradizionale accostato a una postura decisamente sopra le righe. Una compostezza da Grecia classica e, un metro più in là, un’opera di pop art. E invece bisogna andarci piano con le etichette, perché nascondono sempre qualcosa. A pensarci bene, se c’è un tratto che accomuna i due musicisti – oltre alla maestria strumentale – questo tratto è proprio la curiosità, l’apertura alla sperimentazione, pur se vissuta in modi e contesti differenti. Entrambi, ad esempio, sono soliti esplorare l’intero arco della storia del violoncello, dal barocco fino alla contemporaneità, vissuta come spunto vivace e vivificante.
C’è poi un secondo aspetto che colpisce, e che non è affatto scontato, anche in artisti di questo calibro. Una delle opere eseguite, il brano 8.VI.1810… per la nascita di R.A. Schumann di Valentyn Syl’vestrov, reca l’indicazione “quasi violoncello solo”. In qualche modo potremmo estendere questa definizione all’intero concerto: a tratti si aveva davvero la sensazione di “un violoncello solo”, con un’emissione spazializzata in due sorgenti distinte, ma proveniente da un unico corpo vibrante. L’unità d’intenti era assoluta, come può accadere solo quando due grandi artisti, pur mantenendo la loro individualità, condividono una solida amicizia e una visione comune della musica.
Quanto al repertorio, i due brani di Syl’vestrov (compositore ucraino, che ha iniziato la sua carriera in seno alle avanguardie, ma che ha poi trovato una voce diversa, in dialogo con la memoria e la tradizione) sono stati, per molti, una piacevole scoperta. Scritti nel 2004, fanno riferimento a Schumann e Čajkovskij. Sono pezzi di grande sensibilità e introspezione, da eseguire con sordina, sussurrando: spesso uno dei due strumenti canta una melodia dolente, mentre l’altro lo accompagna con un pizzicato dalle armonie morbide e sinuose.
Non è mancato poi il momento dell’acrobazia virtuosistica, con il Duetto in mi maggiore op. 54 n. 2 di Jacques Offenbach. Va ricordato che l’autore, prima di diventare una star della scena operistica, si era guadagnato l’appellativo di “Liszt del violoncello”. In questo lavoro il compositore parigino riversa tutte le prodezze tecniche di cui è capace: il duetto è una durissima palestra di roccia, dissimulata sotto un manto di leggerezza quasi sbarazzina. Nulla che possa impensierire due come Sollima e Brunello, capaci di affrontare l’opera con brillantezza straordinaria e con un autentico gusto del divertimento.
Come noto, Sollima è un interprete-compositore, e il duo ha eseguito un suo brano recente: Dove finisce l’erba, ispirato alla poetica di Giorgio Caproni. È un lavoro breve ma di grande impatto, costruito attorno a soggetti “dal carattere sciamanico” (come li definisce lo stesso autore). Prevede, tra l’altro, che i due interpreti usino la propria voce, oltre a quella dei loro strumenti, per un effetto corale ora destabilizzante, ora capace di pacificare. Analoga caratteristica si trova nel Lux Aeterna for two psalm Singers del compositore uzbeco Alexander Knaifel, un’altra chicca della serata.
Per qualche minuto, grazie al connubio di suoni e voci, il salone del Conservatorio si è trasformato in una cattedrale, e ciò cui il pubblico assisteva non era più un concerto, ma una liturgia ortodossa. Non stupirebbe se qualcuno raccontasse di aver distintamente sentito il profumo degli incensi, misto a quello delle candele accese.
Accolti dal pubblico con grande calore, Sollima e Brunello hanno regalato due fuori programma: il primo, del tutto imprevedibile, una trascrizione per due violoncelli di Bohemian Rhapsody dei Queen (e potremmo scommettere su chi dei due abbia lanciato l’idea); il secondo, dal carattere completamente diverso, un antichissimo Kyrie della chiesa ortodossa di Kiev. Un canto per invocare pietà. In tempi così intrisi di violenza, ne abbiamo, come non mai, bisogno.

Fotografie di Luigi De Palma