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I pionieri novecenteschi della viola da gamba nel disco di Matteo Malagoli

di Lorenzo Montanaro

Quando sentiamo nominare la viola da gamba, istintivamente la memoria corre ai fasti dell’epoca tardorinascimentale e barocca. Vengono in mente le vette raggiunte da compositori come Marais, Forqueray, Sainte-Colombe, Telemann, Bach. Sappiamo che poi, dalla metà del XVIII secolo, dopo un lungo periodo di convivenza (non senza qualche schermaglia) con il violoncello, la musica ha voltato pagina e la viola da gamba è andata incontro a un inesorabile declino. Pochi però sanno che qualche compositore ha tenuto vivo il lumicino di questo antico strumento, non solo nell’Ottocento, ma perfino nel XX secolo. Si tratta di una produzione carsica, di un filone sotto traccia, tenue quanto affascinante. Va alla ricerca di questo repertorio, tutto da riscoprire, il bel disco The 20th century Viola da Gamba (Brilliant Classics), del musicista e musicologo Matteo Malagoli, che raccoglie opere di cinque autori novecenteschi, molto diversi tra loro: Christian Döbereiner, Alexander Tcherepnin, Giuseppe Selmi, Giacomo Nones e Riccardo Giavina. Il lavoro ha un doppio pregio: quello di valorizzare opere finite nel dimenticatoio e mai incise, ma anche quello di farci conoscere il m° Malagoli, finora noto e apprezzato principalmente come violoncellista, in una veste inedita: quella di gambista, appunto.


Christian Dobereiner, Alexander Cerepnin, Giacomo Nones, Riccardo Giavina

Maestro Malagoli, la produzione novecentesca per viola da gamba è un’assoluta rarità. Da dove nasce l’idea del disco?
«Questo lavoro è il risultato di una serie di ricerche, condotte tra Italia e Germania. Molti dei pezzi eseguiti esistevano solo in manoscritto. Quelli di Döbereiner, ad esempio, giacevano sepolti, con l’unica eccezione del Capriccio, nella Biblioteca Statale di Monaco di Baviera. In altri casi, come per i brani di Nones e Giavina (compositore, quest’ultimo, che era completamente sparito dai radar), sono venuto a conoscenza degli spartiti tramite una rete di contatti e amicizie personali. Nei confronti di Selmi, poi, c’era un legame speciale. Essendo stato il maestro del mio maestro, Marco Perini, conoscevo, da testimonianze dirette, la sua grande passione per la viola da gamba. Fu la moglie, l’arpista Maria Dongellini, a regalargliene una, facendo nascere un amore a prima vista, tanto che Selmi decise poi di dedicare alcuni brani a questo strumento».

Ma chi sono i compositori protagonisti del disco? E che cosa hanno in comune?
«Va innanzi tutto sottolineato che a far rifiorire la viola da gamba nel Novecento è stata una generazione di grandi violoncellisti. Un ruolo centrale spetta senz’altro all’area tedesca. Basti pensare a un centro propulsore come la Schola Cantorum di Basilea. Da lì si è irradiata una corrente capace di raggiungere anche altri Paesi. In Italia, ad esempio, Giacomo Nones è un erede della scuola di Döbereiner. E non è un caso che la sonata per viola da gamba di Tcherepnin, autore russo, sia dedicata a un grande violoncellista tedesco come Paul Grümmer. Tutti questi interpreti hanno saputo guardare in una direzione nuova rispetto al loro tempo. Non dimentichiamolo: quella era l’epoca dell’apoteosi violoncellistica, di Rostropovich nel suo massimo splendore. E anche nel nascente filone di riscoperta della musica antica, la viola da gamba non veniva ancora presa in considerazione. Ecco perché sono stati dei pionieri».

Ascoltando il disco, si resta colpiti dalla grande varietà di stili.
«In effetti è un tratto peculiare del lavoro. C’è chi, come Döbereiner o come Giavina, guarda decisamente al passato, riallacciandosi alla grande tradizione rinascimentale e barocca. Altri invece scelgono di portare la viola da gamba nelle atmosfere del proprio tempo. Tcherepnin, ad esempio, imprime alla sua Sonata da chiesa l’inconfondibile impronta nel ‘900 russo: nei movimenti lenti ricorda Shostakovich. Selmi va in una direzione ancora diversa, lavorando moltissimo sul timbro. Nell’Allegro vivace all’ungherese, così come nella Tirolese e nella deliziosa Marcetta Cinese, la viola da gamba veste quasi i panni di uno strumento etnico. Merita poi una parola il brano Algoritmi per due viole di Giacomo Nones, che, con una curiosità veramente pioneristica, sceglie un sistema di elaborazione informatica applicato alla composizione. Il risultato è di grande complessità, anche sul piano tecnico. Nel disco ho scelto di eseguire entrambe le parti, usando la tecnica della sovraincisione, sommando così tecnologia a tecnologia grazie a Matteo Squaiera, producer di Belluno».

Maestro, e lei come si è avvicinato alla viola da gamba?
«Quando avevo 13 anni, e già studiavo violoncello, mi capitò di ascoltare un concerto per voce, clavicembalo e viola da gamba. Da quest’ultimo strumento restai affascinato e pensai che mi sarebbe piaciuto provare a suonarlo. Prima però che questa intuizione diventasse realtà è passato molto tempo. Una ventina d’anni fa, era il 2004, mentre lavoravo con un gruppo di amici a un progetto di musica antica, mi sono capitati tra le mani alcuni spartiti per viola da gamba. Inizialmente ho pensato di eseguirli col violoncello, ma poi ho scelto una strada differente. Sull’onda dell’entusiasmo, ho acquistato una viola da gamba, iniziando subito a suonarla. Poi la passione, unita al desiderio di approfondimento, è stata tale da spingermi a intraprendere un percorso accademico con questo secondo strumento e, dopo l’iter di studi, a diplomarmi anche in viola da gamba».

Manico tastato, diversa accordatura, presa dell’arco “da sotto”… come si fa, da violoncellisti, ad approcciare la viola da gamba?
«Certo, vi sono indiscutibili differenze, però bisogna dire che vi sono anche notevoli affinità. In particolare, nella tecnica della mano sinistra, chi proviene dal violoncello si trova delle posizioni già “pronte”. Quanto poi alla digitazione fuori dalla tastiera, ovviamente la pratica sullo strumento più giovane è fondamentale. Di nuovo c’è da apprendere la tecnica delle dita affiancate, più affine al mondo liutistico-chitarristico, che risulta importante per la realizzazione degli accordi e della polifonia. La mano che presiede all’arco deve imparare a destreggiarsi con un numero maggiore di corde, più ravvicinate. Ci vuole un certo allenamento, ma è una bella scoperta. Tra l’altro, la presa dell’arco “da sotto”, con medio e anulare dentro al crine, così da poterne regolare la tensione, a mio avviso garantisce una condotta molto sciolta e rilassata. Più in generale, la viola da gamba risulta molto leggera: per un violoncellista, è come suonare una piuma».