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Quartetto Werther, un suono che scava: Brahms, Mahler e Antonioni al Teatro Argentina

di Mauro Mariani

In Italia come all’estero, oggi come in passato, sono rare le formazioni quartettistiche di pianoforte e archi. Se ne è potuta ascoltare una a Roma, al Teatro Argentina (giovedì 4 dicembre 2025 ndr) per la Stagione dell’Accademia Filarmonica Romana: è il Quartetto Werther, che si è segnalato vincendo nel 2019 la seconda edizione del Concorso “Alberto Burri” per gruppi giovanili di musica da camera, a cui sono seguiti il Premio Farulli dell’Associazione dei critici musicali italiani, il Premio del Presidente della Repubblica e vari Premi in concorsi internazionali, tra cui il primo Premio al Brahms International Chamber Music Competition.

Invertendo l’ordine d’esecuzione, iniziamo il resoconto del concerto proprio da Brahms e dal suo Quartetto n.3 in do minore per pianoforte e archi op. 60, a cui i quattro giovani musicisti sono particolarmente legati, tanto d’aver scelto il loro nome proprio ispirandosi a questa musica, definita da Brahms «l’ultimo capitolo dell’uomo in marsina azzurra e panciotto giallo», riferendosi chiaramente a Werther. E in una lettera a Clara Schumann spiegò il primo movimento in questi termini: «Immagina un uomo cui non resta altra scelta che spararsi». Non avevo mai sentito l’atmosfera tragica e lugubre di questo primo movimento resa in modo così straordinario come fa il Quartetto Werther. Il pianoforte attacca con quattro do sovrapposti, isolati e desolati nello spazio sonoro vuoto, e i tre archi rispondono con una breve frase spezzata: i quattro musicisti del Werther danno  a questo incipit un suono mai udito, senza la minima vibrazione, privo di vita, allucinato. Dopo l’ampio sviluppo in cui predomina un tema più rude ed energico ma anch’esso dolente e disperato, queste battute introduttive ritornano nella Coda, leggermente modificate ma non meno agghiaccianti, incorniciando il movimento in un’atmosfera spettrale.

Sono tanti piccoli ma fondamentali dettagli come questo a creare un’interpretazione che non definiamo splendido soltanto perché in questo aggettivo potrebbe celarsi un sospetto di esteriorità, totalmente assente dalle esecuzioni del Quartetto Werther, che cerca sempre un tono raccolto e intimo, autenticamente cameristico. Non c’è una frase che sia suonata in modo generico, ognuna ha un suono, un colore, un fraseggio speciali, senza mai ombra di superficialità, genericità o retorica. Esistono registrazioni di questo Quartetto brahmsiano realizzate da quattro virtuosi con la formula “incontro tra solisti”, con cui il Quartetto Werther non può competere quanto a bellezza del suono ma a loro volta quattro virtuosi ben difficilmente potranno competere con l’approfondimento del brano e con la sensibilità dimostrata dal Werther.

Il concerto era iniziato con l’unico movimento dell’incompiuto Quartetto in la minore di Gustav Mahler: fu composto tra i sedici e i diciotto anni d’età ma non ha nulla delle banalità del saggio scolastico e rivela già un musicista geniale, che ha una sua personalità e scrive un brano originale e di grande spessore. Del secondo movimento (uno Scherzo) Mahler scrisse soltanto ventisette battute, a cui dopo oltre un secolo si è agganciato Alfred Schnittke, non però - come si potrebbe pensare - per tentare un impossibile completamento. Il compositore russo parte da alcuni frammenti di quel frammento, li rielabora in modo completamente suo, portando il brano a concludersi là dove Mahler lo aveva iniziato, ovvero con l’esecuzione integrale delle sue ventisette battute.

Seguiva Movimento di quartetto, una novità assoluta commissionata dall’Accademia Filarmonica a Francesco Antonioni, che lo ha immaginato come un ipotetico terzo movimento dell’incompiuto quartetto mahleriano. Un progetto che non può partire che dal nulla: infatti l’inizio non è che un violento suono indeterminato o piuttosto un rumore del pianoforte, prodotto non dai martelletti ma dall’azione diretta del pianista sulle corde dello strumento, a cui subentrano i tre strumenti ad arco con suoni e mormorii quasi impercettibili, che sfiorano il nulla. Da qui inizia un viaggio che parte da riferimenti discretissimi - nulla di folcloristico - alla musica popolare della Boemia, patria di Mahler, e si spinge «in direzione del mediterraneo, seguendo le tracce di una diaspora immaginaria», come spiega l’autore.

Alla fine del concerto i lunghi e calorosi applausi hanno convinto il Quartetto Werther a ringraziare il pubblico, che affollava il teatro, con due bis. Il primo era una Arabischer Tanz, giovanile trascrizione di Richard Strauss di un’autentica danza araba. Il secondo era il terzo movimento del Quartetto in mi bemolle maggiore op. 47 di Schumann, che sicuramente il Quartetto Werther non ha scelto a caso ma per dimostrare che Mahler tenne bene presente questa splendida pagina, quando scrisse il suo incompiuto Quartetto.

Il Quartetto Werther sul palco del Teatro Argentina con il compositore Francesco Antonioni (fotografie: Accademia Filarmonica Romana)