Sergey Malov mattatore a Lugano con l’Orchestra della Svizzera Italiana
di Luca Segalla
Sergey Malov è un violinista eclettico, nervosamente energico nei continui scatti dell’immaginazione, in cerca di un rapporto diretto con il pubblico e ben poco disposto a restare nei ranghi del “buon gusto” musicale. Prima di tutto va detto che non è soltanto un violinista, visto che suona abitualmente anche la viola e il violoncello da spalla, in secondo luogo le sue interpretazioni oltrepassano quasi sempre il punto di rottura dell’equilibrio, sotto la spinta di un’urgenza espressiva assunta come prioritaria rispetto a tutti gli altri parametri esecutivi. Questa sua attitudine è stata particolarmente evidente nel concerto che ha tenuto giovedì 22 gennaio all’Auditorio Stelio Molo di Lugano insieme all’Orchestra della Svizzera Italiana, secondo una formula abituale per l’orchestra ticinese, “Play&Conduct”, in cui il solista ospite è chiamato a ricoprire anche il ruolo di direttore.
Il programma si dipanava seguendo come filo conduttore la forma della Variazione, con due brani orchestrali del secondo Ottocento e del primo Novecento posti all’inizio e alla fine, le Variazioni su un Tema di Haydn op. 56a di Johannes Brahms e le Variazioni e Fuga op. 132 su un tema di Mozart di Max Reger, e con al centro due brani per solista e orchestra, il Concerto per violoncello in do maggiore n. 1 di Haydn, che Malov ha eseguito con il violoncello da spalla, e il Concerto per violino in si bemolle maggiore n. 1 di Mozart.
Sono pagine che al di là della parentela formale, da cui comunque restano esclusi i due Concerti solistici, in cui di variazioni non c’è traccia visto che entrambi presentano tre movimenti in Forma-Sonata, si rivelano molto diverse nella sostanza musicale, tra la sublime levigatezza apollinea delle Variazioni brahmsiane, le iridescenze timbriche delle Variazioni di Max Reger, la trasparenza ancora rococò del Concerto per violino in si bemolle maggiore di Mozart e la brillantezza virtuosistica del Concerto per violoncello in do maggiore di Haydn; queste differenze, però, nelle interpretazioni di Malov venivano molto attenuate, perché la prospettiva era per tutte la stessa, quella di una drammatizzazione del discorso musicale nel segno di un’estrema mobilità del ritmo, di marcati contrasti dinamici e di un suono aspro e diretto.
Con un approccio simile il Concerto di Haydn si è rivelato febbrile nei suoi scatti ritmici e nelle dinamiche portate all’estremo (non per il virtuosismo, però, perché la drammatizzazione musicale di Malov non passa attraverso la brillantezza virtuosistica) e perfino nel Concerto per violino mozartiano si respirava un’immediatezza espressiva ruvida e sbarazzina, anche a costo del venir meno della pulizia del suono e dell’eleganza del fraseggio, a cui Malov solitamente non bada più tanto. Le stesse Variazioni su un Tema di Haydn brahmsiane erano lontane anni luce dalla levigatezza e dal senso della misura alle quali puntano - giustamente - quasi tutte le esecuzioni, a conferma di quanto per il musicista russo la ricerca espressiva venga prima di tutto, in un approccio che a volte comporta non pochi scompensi, come a Lugano è stato evidente nel caso del primo movimento del Concerto di Haydn, la cui esposizione orchestrale era palesemente più lenta rispetto all’esposizione solistica, e nel caso del Concerto di Mozart, nel quale il solista aveva un suono fin troppo aspro per i canoni a cui siamo abituati.
Per Sergey Malov i canoni della tradizione sembrano contare poco - penso al finale della Sonata “Arpeggione” di Schubert presentata, sempre con un violoncello da spalla, allo Stresa Festival del 2023 insieme alla fortepianista Flóra Fábri - e la musica con lui a volte viene quasi riscritta, se non nella lettera nella sostanza, e non in base ai criteri della ricerca filologica che negli ultimi decenni, per esempio, hanno portato ad eseguire la musica barocca nel segno di una notevole libertà agogica, ma secondo un estro improvvisativo-teatrale che se rende affascinanti le sue interpretazioni rischia anche - ma è un rischio che dal vivo si avverte poco - di renderle effimere.
È invece apparsa sorprendentemente pulita, al confronto di quanto ascoltato nel resto della serata, l’interpretazione delle Variazioni e Fuga op. 132 in cui Max Reger fa un commosso omaggio alla musica di Mozart, riprendendo il celebre tema di apertura della Sonata in la maggiore per pianoforte K331, con sonorità che quando occorreva erano ben amalgamate e un’apprezzabile pulizia timbrica nei passaggi più trasparenti, merito anche di un’Orchestra della Svizzera Italiana concentrata e attenta agli equilibri dell’insieme. Così la serata si è chiusa nell’incanto perlaceo delle atmosfere timbriche di un brano in cui la musica di Mozart viene nostalgicamente collocata in una dimensione sublimata e lontana, ma di una lontananza senza tempo, quasi fuori dalla Storia.
Lugano, 22 gennaio 2026
Malov alla guida dell'OSI