Dall’Armenia un canto d’amore: il violoncellista Hakhnazaryan all’Unione Musicale
di Lorenzo Montanaro
Possibile che un suono abbia il potere di racchiudere in sé un’intera terra, con le sue millenarie anime musicali, i suoi colori vividi, le sue tradizioni folkloriche espresse in accenti di danza e strumenti musicali pressoché ignoti alle nostre latitudini, la sua storia grande e dolente? Senza esagerare, senza retorica parrebbe di sì. Almeno, questa è la sensazione che si ricava ascoltando il violoncellista armeno Narek Hakhnazaryan. Lo scorso 25 febbraio, l’artista, vincitore nel 2011 del Primo Premio e della Medaglia d’oro al Concorso Čajkovskij di Mosca e da allora lanciato verso una sfolgorante carriera, si è esibito in duo con il pianista russo Georgy Tchaidze per la Stagione di concerti dell’Unione Musicale di Torino.
Quando ci si trova davanti ad artisti di questo calibro, sarebbe naturale concentrarsi, in primo luogo, sulle scelte interpretative o magari sulle doti tecniche, ma la realtà è che, ascoltando Hakhnazaryan, si resta, prima di tutto, ammaliati da qualcosa di ancora più profondo, che sembra risiedere nel puro accadimento sonoro, nel modo stesso di approcciare e abbracciare lo strumento. Il suo è un suono dotato di un’intensità e di una fluidità che si ascoltano raramente: quanto di più vicino a un canto, dolcissimo e struggente, ci si possa immaginare. In questo, la componente armena sembra giocare un ruolo primario. Nativo di Yerevan, infatti, questo artista, classe 1988, figlio di musicisti, ha potuto respirare, fin dalla culla, una sorta di microclima musicale unico al mondo, fatto di una vocalità peculiare e di un crocevia di tradizioni popolari, però anche di una solida ossatura classica, in parte figlia dell’influenza russa.
E non a caso a Torino il duo Hakhnazaryan Tchaidze ha proposto un programma di grande interesse, che ha coniugato celebri pagine del repertorio russo (da Čajkovskij a Rachmaninov) con brani di rara esecuzione, composti da autori armeni e georgiani. Per il pubblico queste opere, per lo più brevi, quasi degli acquerelli in musica, sono state un’autentica sorpresa. Ad esempio, nei 5 Pezzi su temi popolari del compositore georgiano Sulkhan Tsintsadze, il violoncellista si è dimostrato straordinariamente versatile nel modellare il suono alle varie situazioni richieste, che si trattasse di un canto contadino, di una ninna-nanna oppure di mimare, in pizzicato, lo tchonguri, uno strumento popolare parente del liuto. Delicatissimi, poi, il Notturno di Baghdasarian e l’Improvviso di Arutiunian, entrambi autori armeni.
Come già osservato, sul piano tecnico il violoncellista ha sfoderato eccellenti doti vocali: nei tempi veloci, ad esempio, si restava colpiti dalla chiarezza “di pronuncia”: una chiarezza “sillabica”, capace di far percepire ogni singola vocale e consonante che, anche senza parole, ciascun discorso musicale implicitamente sottende.
La seconda parte del concerto ha avuto per protagonista la Sonata Op. 19 di Rachmaninov. Qui il duo ha davvero stregato il pubblico, grazie a un’intesa straordinaria, ma anche alla capacità di esplorare in maniera esemplare tutti gli stati d’animo che la composizione evoca: la passione più intensa, la disillusione, il sognante lirismo. L’Andante è forse una tra le pagine più toccanti presenti nel repertorio violoncellistico e Hakhnazaryan lo ha interpretato in maniera magistrale.
Se dovessimo trovare un’immagine visiva per raccontare la serata, essa andrebbe cercata, paradossalmente, in un momento di silenzio. Tchaidze sta per intonare l’inizio dell’Andante e la prima frase è sua. Hakhnazaryan abbraccia lo strumento e reclina leggermente la testa, a occhi socchiusi. Quel gesto (che da lì a qualche istante si sarebbe evoluto in suono) ha saputo raccontare come null’altro il carattere intimo e amoroso della composizione.
A fine serata gli applausi sono stati scroscianti e i due artisti hanno regalato al pubblico, come bis, una trascrizione del celebre Vocalise di Rachmaninov.
Conservatorio "G. Verdi", Torino - 25 febbraio 2026