Anne-Sophie Mutter e Petrenko inaugurano il Ravenna Festival nel segno di Beethoven e Mahler
di Mauro Mariani
Anne-Sophie Mutter e la Royal Philharmonic Orchestra col suo direttore principale Vasilij Petrenko hanno inaugurato la trentasettesima edizione del Ravenna Festival. La violinista tedesca festeggiava i cinquant’anni dal suo debutto, ma è ancora “giovane”, perché quel suo debutto ufficiale avvenne quando aveva tredici anni. E non si trattava di un concerto in una sala parrocchiale ma al Festival di Salisburgo, con la English Camber Orchestra diretta da Daniel Barenboim. Due anni dopo Herbert von Karajan la volle accanto a lui e ai Berliner Philharmoniker. Il prodigio vero è che non si esibiva come una fanciulla prodigio ma come una musicista già matura, affrontando i Concerti più impegnativi come quelli di Beethoven e di Brahms. Anche Vasilij Petrenko, nato a Leningrado nel 1976 e ora cittadino britannico, festeggiava un anniversario, i cinquant’anni dalla nascita. L’orchestra londinese compie invece ottant’anni in questo 2026. Se il pubblico li ha calorosamente festeggiati tutti, non è però per questi anniversari ma per il magnifico concerto che ci hanno offerto.
Ad apertura è stato eseguito il Concerto in Re maggiore op. 61 di Beethoven, un cavallo di battaglia della Mutter, che lo ha inciso all’età di sedici anni con Herbert von Karajan e i Berliner Philharmoniker. Ne ha dato un’interpretazione esemplare per la purezza del suono, la bellezza del canto, il fraseggio curatissimo, l’attenzione ai minimi dettagli e allo stesso tempo la perfetta padronanza dell’ampia forma beethoveniana. La Mutter si staglia come protagonista ma senza nemmeno l’ombra di esibizionismo fine a se stesso e intesse la sintonia più perfetta con l’orchestra. Fin dalla prima battuta - con i cinque colpi “piano” del timpano che stabiliscono il ritmo che esplicitamente o sotterraneamente percorre tutto il primo movimento - e dalla successiva esposizione dei temi dell’Allegro ma non troppo Petrenko coglie il tono di questo Concerto, che non è “beethoveniano” nel senso che comunemente si dà a questa parola: non c’è infatti contrasto drammatico tra i temi e non c’è antagonismo nemmeno tra solista e orchestra, che si fondono perfettamente. Così il discorso musicale si sviluppa in ampie architetture (è uno dei movimenti più lunghi mai composti da Beethoven) ma al contempo è raccolto e intimo, ombreggiato anche da sfumature malinconiche, quando la tonalità vira al modo minore.
Il violino della Mutter canta il tema del Larghetto centrale in modo raccolto ma vibrante, lasciando sbocciare le fantasiose variazioni del tema e coronando la melodia con abbellimenti perfetti e discreti. L’Allegro finale è preso da Petrenko a un tempo veloce e con dinamiche vivaci non più del giusto, e la Mutter espone il tema di questo Rondò in modo brillante e colorato ma sempre con eleganza, intessendo come nei due movimenti precedenti un dialogo basato non sul contrasto ma sugli “amorosi sensi” con l’orchestra.
Alla fine applausi travolgenti, interrotti dalla Mutter che ringrazia il pubblico in inglese, ricordando che viene in Romagna da quando era bambina e vi si sente a casa sua, e poi presentando il bis, un brano di Aftab Darvishi, compositrice iraniana che ha partecipato al movimento per la liberazione delle donne. Intitolato Likoo, è un brano sul dolore e sulla perdita, che inizia e si conclude come un lamento, prendendo la melodia da un canto tradizionale, mentre al centro ha sviluppi tesi e drammatici: molto suggestivo.
Nella seconda parte Vasilij Petrenko e la Royal Philharmonic Orchestra hanno eseguito la Sinfonia n. 5 in do diesis minore di Gustav Mahler. La Marcia Funebre iniziale, dapprima è suonata realisticamente dalle sole trombe, poi ripresa dall’intera orchestra con violenza e disperazione, poi trasformata in un’eco lontana, come un ricordo che gradualmente svanisce, lenito dalla distanza e dal tempo. Ma ecco che tutto diventa “All’improvviso più veloce. Appassionato. Selvaggio”. A questo punto si è già capito di stare ascoltando un’interpretazione che resterà memorabile. Direttore e orchestra non si lasciano sfuggire nulla della complessa partitura, realizzano tutto con un perfetto equilibrio tra i vari reparti della vastissima orchestra mahleriana. Le parti che forse hanno maggior risalto sono quelle più aggrovigliate, eseguite magistralmente, mentre in quelle più semplici e lineari (mi riferisco al celebre Adagietto) si sarebbe potuta desiderare una maggiore partecipazione emotiva.
Successo calorosissimo ma a causa della durata del concerto (circa due ore e mezza, intervallo compreso) il direttore e l’orchestra dovevano essere al limite della loro resistenza e non hanno concesso nessun bis.
Concerto del 21 maggio 2026
Palazzo Mauro De André, Ravenna
Fotografie: Zani Casadio


