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Tra poesia e virtuosismo: Clive Greensmith al Chigiana Festival

di Mauro Mariani

Tra le tante e sempre interessanti proposte del ricco e variegato programma del Chigiana International Festival spiccano i concerti dei docenti dei corsi di perfezionamento dell’Accademia, che sono sempre musicisti prestigiosi, come il violoncellista inglese Clive Greensmith, membro del famoso Tokyo String Quartet dal 1999 fino all’ultimo concerto del 2013 e fondatore in quello stesso 2013 del Trio Montrose. E dal 2019 ad oggi è docente di Quartetto d’archi e Musica da camera per pianoforte e archi all’Accademia Chigiana.

Lo abbiamo ascoltato in un concerto che iniziava con la Sonata per violoncello e pianoforte di Claude Debussy, prima di una serie di Sonate (nei progetti del compositore dovevano essere sei ma fece in tempo a comporne soltanto tre) che concludono la parabola esistenziale e creativa di Debussy. Qui il compositore impressionista per antonomasia mette da parte i colori sfumati, nebbiosi, acquatici dell’impressionismo. Il timbro resta fondamentale anche in questa Sonata, ma è un timbro creato con armonie meno liquide di un tempo ma ancora continuamente variabili, che caratterizzano ogni più piccola frase e le danno un suo colore speciale, nitido e trasparente, a cui contribuiscono i flautati, gli arpeggi, i pizzicati che evocano una chitarra o un liuto, le sospensioni delle pause, le improvvise accelerazioni e i ritardando. Greensmith è magistrale, non si fa sfuggire nulla di questa scrittura così minuziosa ed esigente, che va rispettata in ogni minimo dettaglio, se non si vuole rovinare tutto, e ci regala un’esecuzione che è un piccolo capolavoro, a cui contribuisce la pianista statunitense Nadia Azzi, che, come indicato da Debussy, non pretende mai di lottare col violoncello e di soffocarne la voce ma lo completa con le sue armonie.

Seguiva il Capriccio di Hans Werner Henze, dedicato al direttore d’orchestra e mecenate Paul Sacher. È basato (con qualche aggiustamento) sulle sei note che in tedesco corrispondono alle sei lettere del cognome del dedicatario, ovvero mi bemolle, la, do, si, mi naturale e re. Una breve composizione che, come spiega il compositore stesso, inizia evocando una serenata con una tema cantabile e il pizzicato della chitarra, poi diventa impetuosa e agitata, infine ritorna all’atmosfera iniziale: un brano di pochi minuti costruito con maestria ed eseguito mirabilmente da Greensmith e dalla Azzi.

Il terzo brano in programma era la Sonata “Les Adieux” per violoncello e pianoforte suonato con la mano sinistra, che è stata composta da Stephen Hough nel 2013. Di questa composizione di ampie dimensioni, articolata in tre movimenti, di cui il primo rievoca l’inizio dell’omonima Sonata beethoveniana e il secondo rimanda ad atmosfere romantiche, Greensmith ha offerto un’esecuzione brillante, spingendo un po’ troppo sulla velocità e mettendo così in evidenza il suo virtuosismo. Ne ha risentito soprattutto il movimento centrale, Allegretto placido, in cui era difficile riconoscere il “tono di leggenda” ricercato dal compositore.

Concludeva il concerto la Sonata n. 2 in fa maggiore op. 99 di Johannes Brahms, eseguita da Greensmith con un’energia che appiattiva le continue sfumature dinamiche minuziosamente indicate dall’autore, anche in un movimento innervato da un’interna tensione propulsiva come l’Allegro vivace iniziale. Probabilmente questo dipendeva dal non aver tenuto nel dovuto conto le piccole dimensioni del salone di Palazzo Chigi Saracini, che ha un’acustica ben più risonante delle sale da mille o duemila posti che si usano oggi per la musica “da camera”. Che Greensmith e la Azzi sappiano suonare benissimo anche piano era dimostrato nel secondo movimento, Adagio affettuoso, e confermato dalla poesia che hanno infuso all’Abendlied di Robert Schumann, offerto come bis.

Siena, Chigiana International Festival, Palazzo Chigi Saracini, 22 luglio 2026

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