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Alla Chigiana, Lilya Zilberstein, quattro giovani archi e un Medtner da riscoprire

di Mauro Mariani

Questo concerto era affidato a quattro giovani archi, già allievi dei corsi estivi dell’Accademia Chigiana e ora avviati ad una più che promettente attività musicale autonoma. Ma tra loro c’era un’intrusa che suonava anche lei uno strumento a corde, ma a corde percosse, il pianoforte. Questa “intrusa” è Lilya Zilbestein, dal 2011 docente di pianoforte alla Chigiana, una musicista che conserva l’energia e l’entusiasmo della giovinezza, uniti all’esperienza della maturità. Come solista è apprezzata in tutto il mondo, mentre più raramente suona in formazioni cameristiche, ma quest’anno al Chigiana International Festival ha offerto due concerti cameristici. In uno ha suonato con un favoloso gruppo di strumenti a fiato: altrove sarebbe difficile se non impossibile metterlo insieme ma a Siena è facile e naturale, perché sono tutti docenti dei corsi dell’Accademia senese. E ha anche voluto, come dicevamo all’inizio, preparare un concerto con quattro giovani ex-allievi, non in quanto docente ma ponendosi sullo stesso piano: erano i violinisti Riccardo Zamuner e Alexander Goldberg, la violista Benedetta Bucci e la violoncellista Maria Clara Mandolesi. Sono tutti e quattro sotto i trent’anni, la metà di quelli della pianista di origini russe, che però per spirito ed energia è giovane quanto loro. Ma ovviamente ha un’esperienza molto maggiore, come si avverte nel primo brano in programma, Il Quartetto per pianoforte e archi n.2 in mi bemolle maggiore, op.87 di Antonin Dvorak.

Qui i tre giovani archi, forse per la tensione o forse per la sottovalutazione dell’acustica molto risonante della sala di Palazzo Chigi Saracini, tendevano a suonare tutto troppo forte, mentre il compositore moravo richiede energia, ma deve essere un’energia avvolgente e coinvolgente. I tre giovani hanno dimostrato la loro tecnica e la bellezza e la forza del loro suono, ma più che interpretare Dvorak sembravano aver ingaggiato una gara tra loro. Senza togliere nulla agli altri due, ha particolarmente colpito la Bucci, che ha dato un’energia e uno spolvero da protagonista ad uno strumento solitamente ombroso e riservato come la viola. La Zilberstein era collocata alle spalle dei tre archi e, pur potendo col suo Steinway facilmente competere quanto a potenza sonora con i tre focosi giovani, cercava con dinamiche più moderate e colori più vari d’indirizzarli verso atmosfere più romantiche, alternativamente impetuose e serene, introspettive ed esuberanti.

Non possiamo sapere se la Zylberstein abbia dato delle indicazioni ai suoi giovani partner durante l’intervallo, fatto sta che nella seconda parte tutto era diverso e gli archi hanno sfoggiato meno potenza ma suono più bello e più vario, dando bellissime interpretazioni di due brani pochissimo noti di Nikolaj Medtner, nato a Mosca al tempo degli zar nel 1890 e morto in volontario esilio a Londra nel 1951, durante il periodo staliniano. Oggi i virtuosi del pianoforte eseguono talvolta (ma in Italia quasi mai) le sue Sonate e i suoi Concerti per pianoforte, che rivelano come Medtner sia a metà strada tra il più anziano Skrjabin e il di poco più giovane Prokof’ev. Questa volta la Zylbestein e i suoi quattro giovani partner ci hanno fatto scoprire due suoi semisconosciuti brani cameristici, molto suggestivi, che rivelano un compositore di vaglia, che ha una sua personalità originale.

In questo concerto senese sono stati eseguiti i suoi Tre Notturni op.16 del 1907, per violino e pianoforte. Sono ispirati alla poesia Nachtgesang (Canto Notturno) di Goethe e ne riflettono le atmosfere: un Viandante contempla la notte, in cui riconosce un simbolo dell’eternità, e ognuna delle cinque strofe termina col verso “Dormi, cosa vuoi di più?” Il sonno qui invocato è chiaramente il sonno eterno. Altri hanno composto un Lied su questi versi, ma Medtner fa a meno delle parole e ne esprime il clima interiore con le sole note. Per il violinista le difficoltà tecniche sono modeste ma non è facile esprimere la profonda poesia di questa musica. Esemplare l’interpretazione del violinista Riccardo Zamuner, che - con l’accompagnamento discreto ma essenziale della Zylberstein - rende le pacate ma intense melodie di Medtner con un suono bellissimo, delicato e profondo. A differenza di quanto era avvenuto in Dvorak, è un suono leggero, attento a tutte le sottili sfumature espressive, dinamiche e agogiche indicate dal compositore.

Poi i cinque protagonisti di questo concerto si sono ritrovati insieme sul palco per il Quintetto in do maggiore per pianoforte e archi, a cui Medtner lavorò dal 1904 alla morte e che fu pubblicato postumo. Sono tre movimenti collegati da richiami tematici, per dare una profonda coesione a questo brano, che inizia tranquillamente (Molto placido) e con una progressiva accelerazione (Andantino con moto) arriva all’Allegro vivace conclusivo. Questa musica ha un grande equilibrio, colto molto bene dai quattro giovani, che, messa da parte la veemenza per partito preso con cui hanno eseguito Dvorak, hanno suonato con grande attenzione alle sfumature e alle atmosfere di questa musica, che invita ad approfondire la conoscenza di un compositore che merita maggiore considerazione.  

Siena, Chigiana International Festival, Palazzo Chigi Saracini, 23 luglio 2026