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Il nuovo Concerto per violino di Jörg Widmann

di Luca Segalla

Inquadrare nella giusta prospettiva un nuovo brano è sempre operazione difficile e rischiosa, considerate le molteplici variabili che possono influenzare il primo ascolto. Un dato sembra comunque incontrovertibile riguardo al nuovo Concerto per violino di Jörg Widmann, eseguito in prima mondiale lo scorso 31 agosto alla Suntory Hall di Tokyo e da noi ascoltato il 28 settembre al LAC di Lugano, in occasione dell’apertura di LuganoMusica. Jörg Widmann lo ha pensato per la sorella Carolin, cucendoglielo addosso come un abito di sartoria. Arrivato undici anni dopo il Primo concerto per violino e orchestra, questo Concerto per violino e orchestra n.2 appare una pagina piuttosto rapsodica, il cui vero filo conduttore è il magnetismo esecutivo dell’interprete. Nel multiforme universo timbrico del Concerto, fatto di armonici e di pianissimi quasi inudibili, di rumori lontani e di deliranti cavalcate virtuosistiche attraverso suoni sottili come lastre di metallo, Carolin Widmann si è mossa con l’autorevolezza della grande violinista, dominando perfettamente una scrittura a volte intricata e sempre insidiosa, oltre a esibire, quando occorreva, un suono morbido e pastoso. L’Orchestre de Paris le è stata indubbiamente di aiuto, accompagnandola con discrezione e misura sotto la guida di un attento Daniel Harding e lasciandole sempre una ribalta che le spettava di diritto dalla prima all’ultima nota. A nostro avviso senza l’apporto esecutivo della Widmann questo Concerto perderebbe molte delle sue attrattive, anche perché oltre alla frammentarietà dell’architettura generale si avverte una frammentarietà stilistica, se pensiamo che l’esordio del primo dei tre movimenti (intitolato "Una ricerca") è tutto nel segno dello sperimentalismo e dell’abbattimento del confine tra suono e rumore, mentre il lungo movimento centrale ("Romanze") rimanda all’Ottocento romantico per l’invenzione melodica e l’armonia.

Anche il pubblico di Lugano è apparso un poco perplesso e alla fine si è consolato con i due brani beethoveniani del programma, l’Ouverture "Coriolano" op.62 e la Sinfonia in Fa Maggiore n.6 op.68 "Pastorale". Ci siamo consolati meno noi, perché l’esecuzione della pur valida Orchestre de Paris non è stata impeccabile, da un lato per delle sonorità fin troppo ruvide dall’altro per alcune imprecisioni negli attacchi e nell’intonazione. Daniel Harding ha invece mostrato ancora una volta di aver raggiunto la piena maturità di interprete. Nella vitalità a tratti quasi frenetica di questa «Pastorale» c’era il ricordo delle prime prove direttoriali del giovanissimo Harding di una ventina di anni fa, ma adesso è una vitalità tenuta per così dire sotto controllo da un’arte direttoriale sopraffina, come è apparso evidente - un esempio su tutti - nella coda del Coriolano, un vero e proprio distillato di pianissimi, con dinamiche e timbri calibrati alla perfezione.