Il rigore e la malinconia: le Sonate per violino di Brahms nella nuova incisione di Alessio Bidoli e Bruno Canino
di Lorenzo Montanaro
Nessuno come Johannes Brahms ha saputo trovare una sintesi fra la chiarezza formale di derivazione classica e l’afflato romantico proprio del suo tempo. Le Sonate per violino e pianoforte sono un esempio mirabile di questo connubio, con il loro carattere di intimo dialogo a tu per tu e nello stesso tempo con una densità che lascia sbalorditi. Si concentra su queste perle cameristiche il nuovo lavoro discografico del violinista Alessio Bidoli, in duo con il pianista Bruno Canino: “Johannes Brahms: The Violin Sonatas” (Warner Music Italy). Classe 1986, esecutore pluripremiato e versatile, il violinista milanese aggiunge così un nuovo tassello al suo percorso di esplorazione musicale, fra grandi classici del repertorio e nuove scoperte.
Maestro Bidoli, da dove nasce questo disco?
«Dopo vari album incentrati su repertori meno noti (l’ultimo, in ordine di tempo, è la bellissima incisione dedicata al compositore portoghese Luiz de Freitas Branco, ndr), ho avvertito il desiderio di tornare a una pietra miliare della musica da camera. Sono infatti convinto che il lavoro di ricerca e l’esecuzione del grande repertorio debbano proseguire in parallelo. Sono due percorsi complementari, due facce di una stessa medaglia».
Perché proprio Brahms?
«Perché in queste Sonate si realizza l’apice della civiltà cameristica. L’equilibrio strumentale è assoluto. Con il pianoforte si instaura un dialogo continuo, paritetico, un reciproco compenetrarsi che ha qualcosa di totalizzante. Opere di questo tipo sfidano l’esecutore perché esigono una tecnica trasparente e cristallina. Sebbene su un terreno diverso, la difficoltà non è affatto inferiore a quella che caratterizza il romanticismo virtuoso. Anzi, forse, da un certo punto di vista, è perfino maggiore».
Queste Sonate esprimono grande intimità e tenerezza. In vari movimenti Brahms ha inserito omaggi alla figura di Clara Wieck Schumann, amica e ispiratrice di una vita. In particolare, l’op. 78, stando al parere del critico Eduard Hanslick, sarebbe un diario privato più che un’opera da eseguire in pubblico. Come entrare in un mondo così personale e delicato?
«Credo che l’approccio più corretto stia nel rapporto con il testo, nel cercare innanzi tutto di comprendere e approfondire ciò che il compositore ha scritto. Può sembrare scontato, ma dobbiamo sempre ricordare che siamo degli intermediari tra l’autore e l’ascoltatore. Ovviamente non si tratta di un procedimento meccanico, pedante o impersonale. Al contrario, proprio in quanto interpreti, dobbiamo anche saper fare appello alla nostra personalità e ai nostri sentimenti. Sempre però nel rispetto del testo».
Alla luce di questo, c’è una chiave di lettura che ha guidato la sua esecuzione?
«Difficile rispondere in poche parole. Ovviamente la chiave interpretativa è il risultato di infinite sfumature e dettagli. Dovendo trovare un tratto generale, direi che si tratta dell’equilibrio. Queste Sonate sono intrise di sentimento e struggente nostalgia (penso soprattutto ai movimenti lenti). C’è poi la vena “vocale”, particolarmente evidente nella ripresa di alcuni temi liederistici, come avviene nella Sonata n.1. Il tutto però si esprime attraverso un assoluto controllo formale, erede del classicismo. Restituire questa duplicità è stato uno degli obiettivi più alti e più ardui».
Vi sono incisioni del passato che le sono state d’aiuto?
«Come detto, cerco sempre un rapporto diretto con il testo. Ovviamente ci sono incisioni, più e meno recenti, che amo molto. Potrei citare, tra le tante, quella di Arthur Grumiaux e György Sebők, che trovo particolarmente pregnante. Però, ripeto, quando entro in sala di incisione, cerco di farlo con la testa e le orecchie più libere possibili. E cerco di non lasciarmi influenzare».
Com’è stato il rapporto con il maestro Bruno Canino?
«Penso si sia creato uno scambio interessante e un’ottima intesa. Nell’approccio alle Sonate abbiamo avuto, fin da subito, idee convergenti, sempre nel rispetto delle indicazioni agogiche previste dall’autore. C’è da dire che ormai siamo un duo consolidato, poiché lavoriamo insieme dal 2013. Abbiamo all’attivo tanti concerti e incisioni: un bagaglio di esperienze comuni che inizia ad avere un peso».
Rispetto a lei, il maestro Canino (classe 1935) è un musicista di un’altra generazione. Le differenze anagrafiche si fanno sentire?
«Devo dire di no. Nella musica le differenze si annullano, o meglio, si armonizzano. Nel duo ci si viene sempre incontro, si trova un punto di accordo, fra assertività e gentilezza. E proprio in questo sta il fascino della musica da camera. Ovviamente, quando abbiamo iniziato la nostra collaborazione (io avevo 26 anni), c’era un rapporto diverso, più affine a quello maestro-allievo. Nel tempo, il rapporto si è evoluto e oggi apprezzo la possibilità di essere anche molto diretto, senza sovrastrutture. Il maestro Canino è un musicista dall’esperienza immensa. Ogni volta porta qualcosa di nuovo, ogni esecuzione diventa un’occasione per imparare».
Per l’incisione delle Sonate di Brahms ha suonato un violino Stefano Scarampella del 1902. Che cosa può dirci di questo strumento?
«È un violino di grande pregio e interesse, appartenuto alla Spalla di un’orchestra nordeuropea. Ha un timbro scuro ma molto equilibrato: è ideale per suonare in duo o in trio».
A proposito, la passione per gli strumenti ad arco è un po’ parte del suo Dna. Lei infatti è il nipote di Dante Regazzoni, esponente della liuteria lombarda del secondo Novecento. Che cosa le resta di questa storia familiare?
«Sono contento che ci sia un’attenzione sempre crescente verso gli strumenti di mio nonno, come emerso anche dalle ultime fiere a Cremona. Di lui conservo, tra l’altro, alcuni manuali, densi di appunti e di quei preziosi segreti che ciascun liutaio porta con sé. Più in generale, credo di aver ereditato la consapevolezza dell’unicità di ogni strumento ad arco. Ciascun violino è un individuo irripetibile: parla un linguaggio proprio, che il musicista è chiamato a scoprire e valorizzare».

Foto: M. Pinzauti