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Abel Selaocoe all’Unione Musicale: il suono antico dell’innovazione

di Lorenzo Montanaro

Ci sono esseri umani profondamente e intimamente abitati dalla musica. A queste persone dobbiamo essere grati, come siamo grati ai corsi d’acqua, alle foreste, alle cime innevate delle montagne. Il violoncellista sudafricano Abel Selaocoe è un uomo che porta dentro di sé un mondo di suoni. Anzi, più mondi connessi tra loro. In questo artista, dal talento travolgente, coabitano infatti, con naturalezza, l’eredità classica, le multiformi espressioni della musica africana, ma anche il jazz, la world music, la sperimentazione contemporanea. E il risultato non è affatto una babele, ma, al contrario, un universo dotato di una sua unità e coerenza. Che un’istituzione storica come l’Unione Musicale di Torino abbia scelto di aprire le porte a una voce così eccentrica rispetto ai canoni e alle liturgie delle Stagioni classiche è un segno dei tempi. Un buon segno.

La maggior parte dei commenti (per la verità quasi tutti entusiasti) che hanno finora accompagnato le esibizioni di Selaocoe, ne hanno, giustamente, messo in luce il carattere innovativo. E non è solo questione di generi, ma anche di mezzi: il violoncello amplificato, le tecniche percussive, l’uso sistematico della loop station e dell’elettronica, l’integrazione con la voce (una splendida voce, profonda e suadente). Eppure, al di là delle ovvie differenze di stili e linguaggi, in una figura come quella di Selaocoe c’è anche qualcosa di antico. È come se a volte, soltanto chi ci guarda dall’esterno potesse aiutarci a recuperare qualcosa di profondamente nostro, qualcosa che appartiene alle nostre radici ma che forse avevamo smarrito o anche solo temporaneamente messo da parte. Pensiamo, ad esempio, alla sovrapposizione tra compositore e virtuoso e, più in generale, all’idea dell’homo musicus, capace di padroneggiare con disinvoltura diversi strumenti (voce compresa). Pensiamo a tutte le forme musicali di derivazione popolare e pensiamo alla convivenza tra musica scritta e vena improvvisativa. Per un lungo tratto di strada, tutti questi elementi hanno fatto parte di quella tradizione che oggi chiamiamo classica. A un certo punto sono intervenute delle divaricazioni, mai però troppo estreme o definitive. È tutta questione di corsi e ricorsi.

Sempre in una prospettiva storica, apparentare il barocco europeo e la musica africana è operazione assai meno peregrina di quanto possa sembrare. Come lo stesso Selaocoe ha ricordato in più occasioni, molta dell’attuale tradizione africana è anche figlia delle forme musicali (corale luterano in primis) portate dai coloni inglesi, francesi, olandesi, poi ibridate con preesistenti generi locali, fino a dar vita a qualcosa di inedito. Ecco perché il gioco delle identità è sempre un gioco complesso.

Nel concerto di Torino, la scena è stata nettamente dominata dall’anima africana e sperimentale. La sola chicca squisitamente classica è stata il preludio dalla Suite n. 3 di Bach, eseguito con maestria e profondo rispetto. Per il resto, Selaocoe ha regalato una cavalcata tra gli stili, con molte esplorazioni dei territori di confine, tra composizioni proprie e altrui. Da trascinatore qual è, a più riprese l’artista ha anche coinvolto gli spettatori, invitandoli ad unire le proprie voci alla sua. E la sala del Conservatorio ha risposto con calore. La successione di brani riportata sul programma non era da prendere troppo alla lettera. In questo Selaocoe ricorda un po’ Giovanni Sollima (tra l’altro espressamente citato dal musicista sudafricano, che lo ha affettuosamente definito “the Jimi Hendrix of the cello”): c’è in entrambi la stessa esuberanza, lo stesso gusto per l’imprevedibilità e la sorpresa.

E a proposito di sorprese, anche l’approccio tecnico allo strumento merita qualche parola di commento. Complici l’amplificazione e l’apporto dell’elettronica, il violoncello di Selaocoe si è presentato come uno strumento espanso, capace, specialmente nei pizzicati, di mimare ora il walking bass di un contrabbasso, ora i finger picking chitarristici. Viene in mente, al riguardo, una riflessione che il musicista Roberto Iannandrea, per anni residente in Malawi, ha proposto qualche mese fa, proprio sulle pagine di Archi Magazine. Iannandrea faceva notare come spesso le scuole africane, proprio perché basate su forme di apprendimento più informali e meno legate al sapere accademico, sviluppino tecniche strumentali molto originali e creative, capaci, nel tempo, di fecondare il terreno della musica. Pur nella diversità di orizzonti (in quel caso si parlava di ragazzi alle prime armi, qui di un artista completo, ormai di casa anche in alcuni templi della classica), l’intuizione si conferma pienamente fondata.

Concerto del 26 novembre 2025

Fotografie: Luigi De Palma