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Pizz’N’Zip: il divertente e malinconico viaggio tra musica e teatro di Eleonora Savini e Federica Vecchio

di Luca Segalla

Pizz’N’Zip è un po’ teatro e un po’ musica, un po’ clownerie e un po’ sogno. È uno spazio in cui la musica diventa gesto e, con un movimento contrario, gli oggetti scenici diventano musica. Due sedie, un groviglio di cavi e di fili, una boccetta di profumo e le custodie di un violino e un violoncello. Bastano due strumenti, il violino di Eleonora Savini e il violoncello di Federica Vecchio, per fare lo spettacolo, la cui regia è firmata da Pietro Gaudioso. Le due musiciste lo hanno presentato per prima volta al festival di Lucerna del 2019, portandolo quindi in tournée in tutta Italia e in Europa, fino ad approdare, il 27 giugno 2026, all’Arena Estate dei Giardini Estensi di Varese, all’aperto, nell’ambito del Festival “Echi Urbani”, organizzato dalla violinista Corinna Canzian in partenariato con il Comune.

Pizz’N’Zip nasce come spettacolo per bambini ma non è solo uno spettacolo per bambini, non tanto perché, come recita scherzosamente la locandina, è destinato a un pubblico dai 3 ai 99 anni, quanto perché da una parte è percorso da una malinconia che è un po’ quella del circo e dei clown di strada (non a caso il suo Leitmotiv è una pagina dolce e triste come la Pavane di Fauré), dall’altra gioca in modo sottile, per tutti i suoi cinquanta minuti di durata, con i gesti scaramantici e le paure dei musicisti di professione. È uno spettacolo molto particolare, non una fiaba in musica come Pierino il lupo di Prokofiev, il cui intento didattico è dichiarato in modo esplicito, e nemmeno un concerto di due virtuosi che suonano facendo anche teatro, come nel caso del celebre duo del violinista Alexej Igudesman e del pianista Hyung-ki Joo, scioltosi pochi mesi fa dopo oltre vent’anni di successi in tutto il mondo. Anche Eleonora Savini e Federica Vecchio fanno delle gag, si rubano l’archetto, litigano in scena come due primedonne e pasticciano con i loro strumenti nel tentativo di allestire un improbabile concerto, dovendo oltretutto fronteggiare le bizze di un sistema di live electronics che fa continuamente di testa sua - parodia di certa musica contemporanea iper-tecnologica e iper-intellettuale, però tutto questo non è occasione per fare sfoggio di un mirabolante virtuosismo come nel caso di Igudesman & Joo, ma occasione per fare del teatro vero.

Cinquanta minuti passano in un soffio, anche se il ritmo è volutamente lento (perfettamente calibrato, però, nelle pause e nelle accelerazioni e perfettamente oliato nel meccanismo scenico), anche se le due musiciste non parlano quasi mai e quando lo fanno - per essere precisi a parlare è solo Federica Vecchio - il pubblico ascolta un surreale grammelot mezzo Spagnolo e mezzo Italiano; cinquanta minuti passano in un soffio perché le due musiciste non solo hanno ideato un bello spettacolo, ma sanno entrare molto bene nelle loro parti, Federica Vecchio interpretando il ruolo della violoncellista vanitosa e con velleità di comando,  Eleonora Savini quello della violinista triste, curiosa e imbranatissima. Suonano, dialogano e litigano come due bambine dispettose, con gesti e smorfie, e a un certo punto si concedono anche una piccola gag virtuosistica alternando a ritmo indiavolato arie d’opera, il rock, un tango e uno spiritual in un festoso e ansioso turbinio sonoro che avvolge e stuzzica il pubblico.

Il divertimento è assicurato, ma lo spettacolo a ben vedere va preso anche sul serio, proprio come è quasi sempre seria e triste la vera comicità, perché riesce a raccontare il modo in cui i bambini scoprono e sperimentano i suoni, dal momento che prima ancora del violino e del violoncello a suonare sono le scarpe delle due musiciste battute a ritmo di marcia sul palcoscenico, sono le custodie dei due strumenti percosse dalle mani e sono le loro voci. È una comicità, però, che se viene vista con l’occhio di un adulto racconta anche altro, racconta i tic dei musicisti che si sentono divi e hanno bisogno di una continua approvazione e le stravaganze del rituale del concerto, e che se viene vista con l’occhio di un musicista racconta altro ancora, le ansie di un interprete sul palcoscenico, gli imprevisti, la paura di dimenticare qualcosa, magari le parti o magari, proprio come accade nello spettacolo, l’archetto, che Eleonora Savini lascia per distrazione lontano da lei nella custodia, finendo per arrangiarsi con il rubare l’archetto alla sua compagna (solo che è l’archetto di un violoncello!): è una gag, ma è anche una rappresentazione di uno stress da palcoscenico che i musicisti conoscono molto bene.

Tutto accade con naturalezza e senza fratture, perché Pizz’N’Zip è uno spettacolo che può essere fruito a più livelli ma resta uno spettacolo unitario, che dimostra come non esistono in realtà la musica barocca, la musica classica, quella romantica e quella contemporanea, ma esiste solo la musica, perché a pagine di Händel e di Biber segue in tutta naturalezza una pagina del russo tardoromantico Glière, dopo una Danza ungherese di Brahms e la Danse Macabre di Saint-Saëns ascoltiamo una pagina di Kurtág, compositore tra i massimi del nostro tempo che ha appena raggiunto il traguardo del secolo, e perfino il rock di Solace in Darkness, della violoncellista australiana Ilse de Ziah; tutto senza fratture, si diceva, in un flusso ininterrotto di suoni e di gesti in cui continua ad affiorare il tema della Pavane op. 50 di Fauré.

Per il bambino un suono è un suono e una melodia è una melodia, prima ancora di essere un suono antico o contemporaneo, una melodia rock o una melodia romantica. Un bambino è estraneo alle categorizzazioni della musica e, per certi versi, è molto più disponibile all’ascolto rispetto a un adulto. Anche per questo Pizz’N’Zip funziona, perché riporta la musica alla sua dimensione primordiale di suono corporeo, e anche per questo parla agli adulti oltre che ai bambini, invitandoli a ritrovare la dimensione perduta dello stupore di fronte ai suoni.

Fotografie di Roberto Finizio

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