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Brahms spagnolo, Rachmaninov… russo. María Dueñas ed Elim Chan incantano Bolzano

di Johannes Streicher

La European Union Youth Orchestra conquista il Bolzano Festival Bozen con una straordinaria María Dueñas nel Concerto di Brahms e una trascinante Elim Chan nella Seconda Sinfonia di Rachmaninov.

Il Bolzano Festival Bozen, tradizionalmente aperto da un concerto della locale Orchestra Haydn (stavolta sotto la guida del nuovo direttore stabile Alessandro Bonato, con solista Mariangela Vacatello), e dopo due recital pianistici – di Aristo Sham, vincitore della Van Cliburn Competition 2025, e di Grigory Sokolov, vincitore, invece, a soli sedici anni, ben sessant’anni fa, del Concorso Čajkovskij di Mosca, ormai uno dei pochi autentici vecchi leoni della tastiera rimasti, due recital ognuno a suo modo affascinante e ognuno non privo di momenti d’ombra –, è proseguito con il primo dei quattro appuntamenti con le orchestre giovanili europee.

Serata strepitosa, diciamolo subito, con protagoniste due donne, ognuna delle quali al meglio delle sue possibilità, nel pieno fulgore della gioventù. Considerando, poi, che da tempo i primi leggii della fila dei primi violini della European Union Youth Orchestra sono sempre occupati da ragazze (quest’anno la Spalla è la bravissima Almudena Quintanilla Andrade), abbiamo potuto verificare una centrale di commando tutta al femminile, con risultati eccellenti.

Anche se probabilmente non si finirà mai di stupirsi dinnanzi all’inesauribile inventiva del Concerto per violino di Brahms, si potrebbe supporre di conoscerlo a menadito, visto che da un secolo e mezzo (per l’esattezza, dal 1879) è stato eseguito innumerevoli volte, a ogni latitudine, letteralmente da ogni violinista di vaglia, eppure in questa serata bolzanina sono emersi dei dettagli mai uditi prima con questa evidenza.

Merito della fantastica solista, la spagnola María Dueñas, non ancora ventiquattrenne (nata nel dicembre 2002!), che, pur avendo grinta da vendere, ha forse privilegiato gli aspetti lirici del Concerto, prendendosi ogni tanto anche qualche nanosecondo in più rispetto alla tradizione, per poter far respirare maggiormente questa o quella frase particolarmente intensa.

La sua perfezione tecnica, va da sé, è assoluta, ma ciò non va a scapito, come talora in qualche collega, della bellezza del suono, la cui dolcezza ricorda niente meno quella di Uto Ughi. Erede morale del conterraneo Pablo de Sarasate, María Dueñas non ha, dunque, disdegnato di eseguire il capolavoro di Brahms, che a detta del suo grande antenato avrebbe il difetto che nel tempo lento l’unica melodia degna di questo nome venga affidata all’oboe, e non al solista. Il quale oboe, come del resto tutti i legni, era suonato in maniera superlativa (da Airán Fariña Hdez, presumibilmente: purtroppo la brochure della tournée è reperibile solo in rete, e a Bolzano non hanno indicato i singoli strumentisti), sì da essere felici dell’idea brahmsiana, a suo tempo contestata da Sarasate.

Anche nella scelta della Cadenza la Dueñas non ha seguito la tradizione, che privilegia quella di Joseph Joachim; devo tuttavia confessare di non essere riuscito a individuare quella scelta da lei. Nel 1991 Ruggiero Ricci incise per la Biddulph il Concerto di Brahms con ben sedici cadenze diverse (Auer, Busch, Busoni, Heermann, Heifetz, Joachim, Kneisel, Kreisler, Kubelík, Marteau, Milstein, Ondriček, Ricci, Singer, Tovey, Ysaÿe), la scelta è dunque ampia; ma ho come l’impressione che la Dueñas, essendo anche compositrice, ci abbia messo della farina del suo sacco, come del resto anche nei due bis, graziosamente concessi a furor di popolo, che hanno messo nella giusta luce la grande virtuosa come anche l’autentica poetessa del suono. Successo grandissimo.

Dopo l’intervallo l’orchestra, opportunamente ingrandita, ha offerto un’esecuzione impeccabile della Seconda Sinfonia di Sergej Rachmaninov, diretta con invidiabile verve da Elim Chan. Cinese di Hong Kong, fresca di nomina come direttrice stabile della San Francisco Symphony Orchestra (dal 2027), prima donna, dunque, a conquistare una delle grandiose Big Five americane (ma quali orchestre facciano davvero parte della Top Five è da sempre oggetto di discussione: Boston Symphony, Chicago Symphony, Cleveland Orchestra, New York Philharmonic e Philadelphia Orchestra? Cui si aggiungerebbero sulla costa occidentale la Los Angeles Philharmonic e la San Francisco Symphony, e quindi in realtà sarebbero sette…), direttrice di polso senza strafare, è riuscita a trascinare l’orchestra (e il pubblico!) in un vortice sempre più avvincente, culminante in un Allegro vivace finale scattantissimo, che ha suscitato un boato di applausi da parte degli ascoltatori entusiasti.

Certo che Rachmaninov mette a dura prova tutti i suoi adepti, dato che il primo tempo prende quota solo molto lentamente (non solo perché l’introduzione in tempo Largo non sembra aver mai fine), ma Elim Chan è riuscita a mantenere alta l’attenzione fin dalla prima nota, in modo da creare quella tensione necessaria, sempre più affascinante, che fa sì che i ben sessanta minuti della Sinfonia scorrano senza intoppi e senza momenti in cui si potesse afflosciare l’interesse.

Sorta di Ottava Sinfonia di Čajkovskij (se vogliamo considerare la Prima di Rachmaninov come la Settima del suo grande predecessore), ha la peculiarità di radunare tutti i pregi della scuola sinfonica russa, la cantabilità struggente, l’infinita malinconia slava, talvolta lo scatto energico, il tutto diluito in un’estensione temporale premahleriana, in cui solo a tratti ci si chiedeva che fine avesse fatto il pianoforte solista, intimamente connesso nell’immaginario collettivo con il nome di Rachmaninov.

Come sinfonista lo si ascolta di rado dal vivo, e per poterlo gustare appieno necessita di esecuzioni come quella della EUYO a Bolzano, in cui a un certo punto si perdeva la nozione del tempo: una sorta di mare magnum di emozioni, dal tenue al grandioso, in cui un’orchestra messa insieme tutta tra europei occidentali parrebbe aver colto l’anima russa, guidata da una cinese forte di studi americani. Non possiamo dirlo con certezza, non provenendo né gli esecutori né gli ascoltatori dalle steppe siberiane, ma almeno l’illusione era perfetta. Quel che è certo, invece, è che il bis, e cioè l’episodio Nimrod (IX) dalle Enigma Variations di Edward Elgar, celerebbe un nocciolo metafisico che a Bolzano, con tutta la notevole bellezza di suono di cui è capace la EUYO, purtroppo non è stato colto: qui non si tratta di stupire con la possanza fonica, ma di commuovere intimamente. Unico neo, perdonabile, di una serata memorabile, coronata da un successo di pubblico convinto.

Bolzano Festival Bozen 2026

European Union Youth Orchestra
María Dueñas, violino
Elim Chan, direttrice

Teatro Comunale di Bolzano
7 agosto 2026, ore 20

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