L'arte del dialogo: Gringolts e Corti nello specchio di Bach
di Luca Segalla
Stresa Festival, Angera – Un recital di rara eleganza nelle Sonate per violino e clavicembalo di Johann Sebastian Bach e Carl Philipp Emanuel Bach.
Sono bastate le prime battute della Sonata n.2 in la maggiore BWV1015 di Johann Sebastian Bach, il 20 agosto nello scenario della Rocca Borromeo ad Angera, con una vista mozzafiato sul Lago Maggiore, che quest’anno è stata una delle sedi dello “Stresa Festival”, a dare la misura dell’arte sopraffina del duo del violinista Ilya Gringolts e del clavicembalista Francesco Corti. Il violinista russo ha affrontato Bach (oltre alla Sonata n.2 c’erano le Sonate nn.4 e 6, inframmezzate dalla Sonata in si minore Wq.76 di Carl Philipp Emanuel Bach) con una pulizia, una cura del fraseggio e un’eleganza impareggiabili, esibendo un ottimo legato, un colpo d’arco morbido e sicuro e soprattutto un suono di una bellezza morbida e abbagliante, esaltata dall’acustica della piccola e antica sala della Rocca Borromea in cui si è tenuto il concerto, un’acustica né troppo secca né troppo risonante che si è rivelata ideale per questo repertorio.
Per una buona esecuzione delle sei Sonate per violino e clavicembalo bachiane non basta avere un grande violinista ma bisogna avere anche un grande clavicembalista, perché in queste pagine il clavicembalo riveste un ruolo di primo piano, non fungendo da semplice basso continuo come invece accade nella vecchia Sonata a tre barocca, e bisogna che i due interpreti trovino un punto di incontro, considerata la natura spiccatamente dialogica della scrittura.
Ilya Gringolts - non lo scopriamo certo ora - è un violinista straordinario, un virtuoso di prim’ordine capace di tenere sempre sotto controllo tutti i parametri dell’esecuzione (in questo recital per lo Stresa Festival non si sono avvertite note false e le note calanti sono state appena una manciata in una serata con un altissimo grado di umidità dovuto alla pioggia) come può esserlo un violinista capace di vincere il Premio Paganini (nel 1998, a soli sedici anni), ma è un virtuoso dalla profonda sensibilità e intelligenza, in grado di districarsi nella complessità della musica contemporanea (ricordiamo una sua straordinaria interpretazione degli iperbolici Sei capricci per violino solo di Salvatore Sciarrino a Siena nel 2021) come nei grandi Concerti del repertorio romantico e nelle lucide trame del contrappunto barocco; è un musicista a tutto campo che ha sempre qualcosa da dire al pubblico perché riesce sempre a penetrare nelle zone più profonde di una partitura e il suo Bach possiede una naturalezza espressiva e un senso della misura incredibili, pur senza essere il Bach nervoso, bizzarro e pieno di contrasti delle interpretazioni storicamente informate.
Se non è il Bach degli specialisti del repertorio barocco il suo non è nemmeno un Bach datato, alla maniera dei violinisti del primo Novecento, perché il suono resta contenuto, il vibrato è ridotto al minimo, i movimenti lenti sono di una bellezza abbagliante e conservano la naturalezza dell’eloquio parlato, mentre l’articolazione del fraseggio dei movimenti veloci è sempre molto netta, spesso nel segno della danza, come ha dimostrato il robusto Allegro conclusivo della Sonata n.6 in sol maggiore BWV1019.
Non gli è da meno Francesco Corti, sia sul piano del virtuosismo (è stata travolgente per la spavalderia digitale la lunga cadenza del clavicembalo solo al termine del primo movimento della Sonata n.6) sia sul piano espressivo, perché sotto le sue dita il clavicembalo si anima di mille sfumature e la notevole brillantezza digitale (oltre che precisione: anche nel suo caso di note sporche non c’era l’ombra) viene sempre messa al servizio della musica.
A dare valore aggiunto alle interpretazioni ascoltate allo Stresa Festival è stata la qualità del dialogo, quel sapersi ascoltare a vicenda che è proprio dei veri cameristi e che in questo caso nasce anche dalla consuetudine con i lavori proposti, che Gringolts e Corti hanno registrato nel novembre del 2024 per l’etichetta Arcana. Era un dialogo che passava attraverso le dolcezze dei movimenti lenti, a partire dell’Andante un poco della Sonata n.2, e la brillantezza dei movimenti veloci, sia pure una brillantezza sempre naturale nell’articolazione ritmica e sempre morbida nel suono, ma soprattutto era un dialogo improntato a un senso della misura che portava i due interpreti a evitare ogni eccesso, gli eccessi della velocità come gli eccessi di un sentimentalismo che in questi lavori così puliti nella scrittura e sobri nell’espressività rischia di essere fuori luogo; emblematico in tal senso è stato il Siciliano in apertura della Sonata n.4 in do BWV1017, quieto e profondono nell’espressione, mai troppo sospiroso nella sua bellezza apollinea, come l’Allegro conclusivo della stessa Sonata, nel quale la brillantezza esecutiva non incrinava per nulla gli equilibri dell’insieme, in una lettura molto posata e paradossalmente quieta pur nella velocità.
L’approccio alla Sonata in si minore Wq.76 di Carl Philipp Emanuel Bach è stato giustamente diverso, perché qui Gringolts e Corti hanno messo in rilievo le inquietudini della scrittura del più celebre dei figli di Johann Sebastian attraverso un fraseggio pieno di esitazioni e accelerazioni, un’articolazione spezzata, un continuo sottolineare i cambi armonici e i cambi di umore, nel segno di quello stile “Empfindsamer” che è la cifra stilistica distintiva di gran parte della musica di Carl Philip Emanuel. Andavano in questa direzione la nettezza, per non dire l’aggressività, del colpo d’arco di Gringolts nel lungo primo movimento e il fraseggio sofferto del Poco Andante centrale, mentre il piglio danzante e il mordente ritmico dell’Allegretto siciliano conclusivo sono emersi in modo netto in un’interpretazione da incorniciare nella memoria, come da incorniciare è stato l’intero recital.
Al termine lunghi, lunghissimi applausi, due bis - sempre bachiani - e un pubblico entusiasta che avrebbe volentieri ascoltato i due musicisti ancora a lungo.
Giovedì 20 agosto 2026
Angera - Stresa Festival
foto: Stresa Festival - Sara Prataiolo


