Musica con Vista - Rattle e Faust a Ravello Festival
di Giovanni Oliva
Metti una sera di fine estate in uno dei posti più belli del mondo… Se dessi retta a un mio conterraneo di successo dovrei chiedermi se posso essere felice e, a tutta prima, gli ingredienti per una beatitudine incondizionata ci sono tutti: c’è questo magico giardino gefunden (come il fiorellino di Goethe), c’è questa terrazza sospesa sul mare, c’è schierata sul palco la Freiburgerbarockorchester che attende Sir Simon Rattle e Isabelle Faust per un programma interamente schumanniano.
È il concerto di chiusura della settantaquattresima edizione del Ravello Festival, di cui sono stati ospiti alcuni dei direttori di spicco dell’attuale panorama internazionale, da Gatti a Gardiner, da Nagano a Savall e poi Jordan, Treviño, Tjeknavorian e l’enorme richiesta di posti mi concede uno Stehplatz di lusso, neanche lontano parente dell’assiepato retrocancello del Musikverein, su un Belvedere incantato dal quale anche altri addetti ai lavori (perlopiù in “servizio” ma anche un liutaio napoletano che ha portato sin qui i suoi contrabbassi d’acero canadese o balcanico e di pioppo italiano) potranno far esperienza del Concerto per violino in re minore e della Seconda Sinfonia di Robert Alexander, coniugato Wieck.
In un contesto siffatto discettare di interpretazioni, di stacchi di tempo, di visioni protoromantiche, di “spoliazione” della massa sonora, di scelte di organico può rivelarsi un esercizio insensato e perfino controproducente: mi sono tornate alla mente le lunghe e illuminanti conversazioni bolognesi di tanti anni fa con Vladimir Jurowski a proposito del 10/10/8/6/4 per gli archi della Prima di Brahms e mi è venuto spontaneo sorriderne perché stasera anche uno o due leggii in più in ogni sezione non avrebbe cambiato quasi nulla. Qui a Villa Rufolo, in questo scenario incomparabile che in chiunque conservi una stilla di capacità di stupirsi provoca un “Oh” meravigliato anche la millesima volta che ci si affaccia verso l’infinito bisognerebbe riportare in vita, per il tempo necessario a scriverla, Libero Bovio e Gaetano Lama commissionando loro un Silenzio suonatore che con la definitività di cui è capace solo la poesia chiuderebbe per sempre ogni possibile disputa.
Un discorso a margine, forse, si può farlo sul pubblico e sul tramonto senza appello (assai meno emozionante di quello del sole che si tuffa nel Tirreno) del rito del concerto classico così come per un paio di secoli la nostra parte di mondo lo ha celebrato; è diventato abitudine – amici scaligeri mi dicono che è prassi anche nel Tempio ormai – che scatti l’applauso dopo ogni movimento e bisogna farsene una ragione. Non ci sono più gli anziani incazzosi di una volta (non è una caduta di stile, l’espressione ha origini marinaresche) pronti a zittire con shhh prolungati ogni “disturbo” nel bel mezzo di un brano in più parti e a poco servirebbe raccomandare ai fruitori di astenersi per ragioni tutt’altro che supponenti (gli esecutori si deconcentrano, per esempio, e poi come fai a dire che un romanzo ti è piaciuto prima di finirlo?). La presa d’atto è inevitabile, la rassegnazione no.

Ravello Festival
Belvedere Villa Rufolo, 5 settembre 2026
Fotografie: Rosario Caramiello/ Ravello Festival